Recensione: Van Halen – A Different Kind of Truth


C’era tanta attesa per la nuova uscita dei Van Halen: la storica rockband americana, dopo aver riannoverato tra le sue file il frontman David Lee Roth e ingaggiato al basso il figliol prodigo Wolfang (che prende il posto dell’indimenticato Michael Anthony), ha rilasciato lo scorso 7 febbraio il nuovo album “A Different Kind of Truth”.
Nuovo mica tanto se si considera che i pezzi sono quasi tutte demo e tracce scartate nell’annata 1976/77, ma quest’aspetto fa ben sperare per la qualità del disco visto che, proprio in quel periodo, è stato partorito il primo e omonimo capolavoro.
Si parte subito con il singolo “Tattoo”, pezzo sempliciotto ma a mio avviso riuscito che presenta anche un bel solo di Eddie.
La qualità e l’adrenalina salgono con le successive “She’s The Woman” e “China Town” che, intervallate dalla buona “You and Your Blues”, risultano più aggressive e ispirate.
La più tranquilla e ottantiana “Blood and Fire” strizza l’occhio al celebre “1984” e precede “Bullethead”, che spinge ancor più sull’acceleratore ma non convince per nulla.

 

 
Si prosegue con l’ottima “As Is” che riesce colpire il bersaglio con il suo old syle alla “Hot For Teacher” e che si fa succedere da “Honeybabysweetiedoll”, pezzo senza infamia e senza lode.
“The Trouble With Never” purtroppo si perde in un ritornello che non graffia (a differenza del resto che mi è parso accattivante): a rimettere le cose a posto ci pensa l’energica “Outta Space” che vede un David Lee Roth sugli scudi.
Il finale è composto dalla gogliardica ma anche evitabile “Stay Frosty” e “Big River”, brano ben assolato dal tapping di Eddie.

Commento: i Van Halen sono tornati con un disco buono che rimane fedele al sound della band.
Nessuna svolta stilistica, nessuna snaturazione forzata: semplicemente un disco alla Van Halen.

Voto: 7

 

 

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