U2 – No line on the horizon


Questa è la Recensione fatta dal sito Rockol sull’attesissimo album degli u2 prossimo alla pubblicazione.

U2 – No line on the horizon

Prima dell’ascolto.
Una gestazione difficile, un piano di pubblicazione disdetto e riprogrammato più volte, un’attesa molto lunga. E poi Rick Rubin accompagnato alla porta per riaccogliere i fidati Eno, Lanois e Lillywhite; gli Olympic Studios a Londra e la casbah di Fez, in Marocco. Ed infine, le consuete anticipazioni di Bono, che si spinge a definire “No line on the horizon” il loro migliore lavoro, e gli immancabili ‘leak’ che paiono, in realtà, ammiccanti tattiche di viral marketing. Se tutto questo intendeva generare aspettative molto elevate, l’obiettivo è stato centrato.

Al primo ascolto.
Mi chiedo: se non avessi conosciuto tutti questi dettagli, riuscirei a scrollarmi di dosso la sensazione che “No line on the horizon” suona come un collage di tre album virtuali? Se provassi a ignorare i segnali di una macchina mediatica che complica tutto? “Restart and reboot yourself”, allora. Sento che il dodicesimo lavoro di studio dei dublinesi condensa nel suo stesso titolo e in 54 minuti di suoni e stili contaminati il manifesto rock degli U2: l’impegno di non percorrere mai la solita strada sicura e di esplorare sé stessi prima di ogni altra cosa.
Dopo molti ascolti.
“No line on the horizon” è segnato da due estremi: il primo singolo e il brano che ha le stigmate del nuovo potenziale inno del gruppo. “Get on your boots”, o ‘Vertigo 2’ per gli amici, è un power pop tiratissimo che ha il pregio di confondere le idee, perché non assomiglia a null’altro nel disco, dopo averne anticipato l’uscita. “Moment of surrender”, invece, è una grande poesia in musica, una lunghissima jam session al rallentatore, un tentativo di ipnosi perfettamente riuscito: solo Bono avrebbe potuto riscaldare e offuscare un loop sintetico ossessivo, incendiarlo fino a trasformarlo in una melodia alta, in un gospel. Nel mezzo, gli U2 distillano la propria formula di pop moderno tenendosi ben distanti dai principi “fusion”, seguendo i quali tutto si amalgama per generare un suono nuovo.
Al contrario, “No line on the horizon” vuole manifestarsi per diversità, con suoni, generi e stili differenti accostati l’uno all’altro, correndo il richio di stridere, ma tentando di unire. Nell’album lo spirito di “Achtung baby” e di “Pop”, nei quali gli U2 hanno forgiato la loro personale versione dell’elettronica dopo un quinquennio di superstardom e una sbornia di americana, convive con il rock and roll più classico e anche con i più classici U2, che sono ormai un sotto-genere a sé. L’atomosfera ambient prende il sopravvento in “Cedars of Lebanon” e in “Fez”, caratterizza la succitata “Moment of surrender” e aleggia anche sulla title track, peraltro ‘sporcata’ dal grido di Bono e dalle distorsioni della chitarra di The Edge. Ma, pagato il tributo a quello che abbiamo in mente quando pensiamo ai classici U2 (“I’ll go crazy if I don’t go crazy”, veramente poco brillante, e “Unknown caller”, molto più intrigante: qui il cellulare parla a un narratore in stato di alterazione…), si approda alla crema dell’album.
In “Magnificent” Bono recita: “Solo l’amore può lasciare un segno simile” e, ascoltandolo per come lo canta, tu tendi a credergli: un pezzo fantastico, che trascende la ‘love song’ per librarsi verso la religione e che, liriche a parte, è forse il grande e unico momento di sintesi sonora dell’intero album, magari l’inizio di un nuovo capitolo U2 che ascolteremo presto (comunque, ascolteremo sicuramente presto il remix di Will.I.Am). Non meno notevoli la ballad “White as snow”, la potente “Breathe”, che apre con una delle migliori versioni dei power chords alla Pete Townshend, e la grande “Stand up comedy”, una parente stretta della ‘loro’ “Helter Skelter” ma, soprattutto, il più classico tributo al rock and roll zeppeliniano (e forse vorrei anche non avere saputo quanto tempo The Edge ha trascorso nell’ultimo anno con Jimmy Page…?).
E dunque, Bono aveva ragione? “No line on the horizon” è il migliore album degli U2? Ma Bono ha sempre ragione, quando sbaglia. Ha ragione ad alzare continuamente l’asticella, misurando lo spessore di un disco dal rischio che prende. Ha ragione a mostrare le crepe della sua voce con la stessa disinvoltura con cui Keith Richard mostra le rughe della sua maschera, trasformandole in un pregio e impedendoci di pretendere voli pindarici dal vivo, quando potrà tornare a sorprenderci qualche sera. Ha ragione a sfornare testi da poeta accostandoli a sperimentazioni sonore. Ha ragione a pretendere ordine da Eno e Lanois.
“No line on the horizon” disorienta, intriga, diverte e commuove. Sono già pronto per “Horizon”, quando uscirà.

(Giampiero Di Carlo)

Fonte: Rockol.it

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