Recensione: The Faceless – Autotheism


Francamente non so nemmeno da dove iniziare a recensire il nuovo disco dei The Faceless… mi trovo in una situazione di difficoltà disarmante, non tanto per il voto finale ma più per il fatto di esprimere tutto quello che “Autotheism” contiene.
Sarebbe fin troppo facile definirlo un viaggio, fin troppo banale classificarlo un must del technical death metal.
Quindi?
Quindi mi trovo davanti ad un concept sull’autoteismo, dove alla fine dei 40 minuti ho capito cosa vuol dire fare musica.

“Una religione che abbia come unico Dio se stessi”: creazione, emancipazione e sconsacrazione.
Ho finalmente realizzato che io sono Dio, in questo scenario di pianoforti io sono Dio!
Gli archi mi accompagnano nella creazione di una nuova realtà, il melodico riff incornicia il dialogo della voce pulitissima e della bestia che ruggisce ma che ancora non morde.
Sono ormai forgiato in questa nuova dimensione (Autotheist Movement I: Create), non c’è tempo da perdere: è ora di emancipare la belva!
L’autorealizzazione si raggiunge con la grinta di un growl che trasuda ira in mezzo ai pianti dei neonati, devo continuare a farmi valere perché questa è la mia dimensione.
La mia parte equilibrata mi ricorda che la tecnica e la limpidezza sono necessari per continuare il mio percorso, volentieri alterno la forza

all’intelletto. (Autotheist Movement II: Emancipate)

La sconsacrazione è vicina, Dio è morto tra le tastiere circensi: la bestia ora ruggisce più forte che mai!
In questo delirio odo un suono di sassofono, quale telaio migliore per la mia nuova identità? (Autotheist Movement III: Deconsecrate)
Ora posso proseguire la mia illuminazione da solo, senza alcuna divinità che condizioni questa mia evoluzione accelerata.
L’emozione mi gioca brutti scherzi tanto che sto per cadere, non devo essere affrettato nel rincorrere il mio Io.
Gli assoli ed il concettual musicale della realtà Eidolon mi fanno capire che devo mirare solamente al mio completamento, senza farmi influenzare da una mentalità intimidatoria e prescritta: per fortuna gli archi di Ten Billion Years ridonano la rabbia alla belva che, in un growl senza eguali, sfoggia una prestazione illuminante.
Il tutto suonato con un tecnicismo raramente sentito prima.
La calma di Hail Science e la brutalità di Hymn Of Sanity mi fanno capire che la scalata è ormai finita, le dolci melodie mi fanno assaporare la vetta.
Ma c’è ancora voglia di mostrare la freschezza compositiva chiudendo con un growl che ti penetra lo stomaco e con le chitarre che riprendono lo stile dei pezzi iniziali, quale miglior modo per celebrare la mia nuova identità? (In Solitude)

Commento: nel corso di questi anni pochi dischi mi hanno coinvolto come questo “Autotheism”.
Un lavoro che ha tutto e di più, che è suonato con una tecnica e una precisione allucinante ma che soprattutto ti prende e ti scuote per tutta la sua durata.
Mille sfumature ed un susseguirsi di emozioni, i The Faceless hanno tirato fuori qualcosa di irripetibile.
Voto: 9 

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