Recensione: Sonata Arctica – Pariah’s Child


Come moltissime band i Sonata Arctica hanno mutato il sound nel corso della loro carriera.
Basti pensare ai frizzanti esordi di “Ecliptica” e “Silence”, pian piano seguiti da lavori sempre meno power (prendete ad esempio il periodo da “Unia” in poi) per un’evoluzione – se così la si vuole chiamare – che proprio tutti non ha accontentato.
E così, in questo 2014, esce il nuovo album “Pariah’s Child”, ennesimo episodio che sarà destinato a far discutere.

Si perché i Nostri hanno cercato di accontentare un po’ di tutti, proponendo un disco vario che include un po’ tutti gli elementi del sound firmato Tony Kakko: ci sono i pezzi più spinti, ci sono quelli più easy listening, ci sono le ballad (“Love”) e addirittura qualche simpatico esperimento che risponde al nome di “Half A Marathon Man”.
Non c’è quindi da stupirsi se a fine ascolto non si riesce più a dimenticare i ritornelli di “The Wolves Die Young” e “Cloud Factory”, tanto semplici quanto efficaci, oppure che arrivati a metà ci si imbatte nelle magnetiche “Blood” e “What Did You Do in The War, Dad”, rispettivamente quinta e sesta traccia.

Ancora una volta abbiamo apprezzato il lavoro delle tastiere, punto di forza del quintetto finlandese, così come la splendida voce del suo frontman (andatevi a sentire “Take One Breath” per capire la sinergia tra le due figure), mentre quelli che ci sono piaciuti di meno sono proprio gli episodi più spinti, un tempo eccellenti ed ora troppo distanti dalla qualità del passato.

“Running Lights” e “X Mark The Spot” ci hanno dato la sensazione di sentirsi a disagio nel contesto di un lavoro che di power ha poco e che si permette il lusso di chiudere con pezzo dalle forti tinte teatrali come “Larger Than Life”, quasi fossero fuori posto.
Poco importa comunque perché questo “Pariah’s Child”, pur non facendo gridare al miracolo, supera la prova studio: il ritorno alle origini non c’è stato, quel che abbiamo è semplicemente un disco valido e riuscito.
Ascoltare per credere.

, ,