Recensione: Satyricon – Satyricon


Il panorama del black metal è probabilmente quello che ha avuto il cambiamento più radicale: se infatti la prima ondata vedeva nei Venom e Mayhem un suono molto vicino allo speed/thrash non si può dire lo stesso del secondo movimento, incredibilmente diverso e sicuramente più estremo.
Grazie a band del calibro di Burzum, Immortal e Gorgoroth (tanto per citarne un paio) vennero introdotti il famoso tremolo picking e le vocal scream, dando così vita a quello che oggi viene definito il vero e proprio black metal.
Svezia e Norvegia furono i paesi di maggiore diffusione, ed è proprio da quest’ultimo che proviene la band protagonista di questa recensione: i Satyricon.
Per gli esperti del settore non sarà difficile riconoscere Satyr e Frost come figure di assoluto rilievo, un duo in grado di sfornare dei capolavori di odio e prevaricazione bellica del calibro di “Dark Medieval Times” e “Nemesis Divina”.

Con il passare del tempo la band ha però lentamente mutato la sua proposta verso terreni più cadenzati e introspettivi, con risultati che hanno spaccato in due i fan.
Prendiamo per esempio il disco “Now, Diabolical”, considerato il primo disastro a causa del suo sound commerciale (per molti non si tratta nemmeno più di black metal) ma in grado di ottenere un gran successo grazie a canzoni quali “K.I.N.G.” e “The Pentagram Burns”, oppure il successivo “The Age Of Nero”, anch’esso bocciato dalla critica per il radicale cambiamento del suo sound.
Da allora son passati ben 5 anni e l’attesa di un ritorno alle origini si ripone con il nuovo e omonimo “Satyricon”.

Dunque cosa ci aspetta?
Niente che di meno di dieci tracce che seguono il sentiero già solcato dalle ultime release!
Scordiamoci dunque i riff glaciali di “Skyggedans” così come i folgoranti blas beat di “The Dawn of a New Age”, accogliamo invece una dose massiccia di black’n roll mista ad atmosfere più folkeggianti e ambient (il brano finale “Natt” ne è d’esempio).
Non è un caso quindi imbattersi in esperimenti  “Phoenix”iani, dove ci si affida all’ospite di turno (Sivert Høyem) per dar vita ad un inedito cantato in pulito; tuttavia il risultato non è neanche malaccio se paragonato all’orrenda intro iniziale o al senso di noia che si avverte durante l’ascolto del disco in generale.
Perché pezzi scialbi come “Our World, It Rumbles Tonighte” e “Nocturnal Flare” non li possiamo accettare dai Satyricon, perché non crediamo proprio che Satyr abbia potuto scrivere delle liriche tanto simili tra loro e stentiamo anche ad accettare un Frost tanto rinunciatario alla batteria (sentitevi ad esempio “The Infinity of Time and Space” per capire).

Volendosi accontentare qualche momento discreto lo si trova sul ritornello di “Nekrohaven”, sui blast beat di “Walker upon the Wind” o sui ritmi di “Tro og Kraft”, ma è comunque poca cosa: questo self-titled work è davvero piatto e troppo lineare.
A dar man forte a quest’ultimo punto ci pensa la sezione chitarristica, semplice e banale come mai prima d’ora; certi passaggi a nostro avviso sembrano suonati da dei ragazzini alle prime armi…
I bei tempi sono ormai passati per i Satyricon e un corposo contratto con una major non poteva che portare ad un lavoro del genere, totalmente impersonale e privo di stile.

Voto: 4,5

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