Recensione: Rainbow – Rising (1976)


Immaginate un gruppo partorito dalla mente di uno dei più grandi chitarrista di sempre (e forse anche IL più grande) che vedeva Dio alla voce ed una line up altrettanto stratosferica: quale altro potrebbe essere il risultato se non i Rainbow?
Tutto nacque grazie al signorino Ritchie Blackmore, stufo e arcistufo di suonare del “semplice” rock in stile Deep Purple (e ditemi se è poco…); le divergenze musicali erano diventate ormai insopportabili e la proposta troppo sperimentale del gruppo di Hertford non poteva più andare a braccetto col genio Blackmoriano.
Così, dopo aver reclutato alcuni ex membri ELF e l’allora sconosciuto Ronnie James Dio, venne alla luce il primissimo capitolo intitolato “Ritchie Blackmore’s Rainbow”.
Un disco composto da nove tracce che mise le fondamenta per un genere che non poteva più essere considerato come semplice hard rock, ma piuttosto come un’incredibile scossa all’interno dello stesso mondo.
Grazie a pezzi del calibro di “Self Portrait”, “Catch the Rainbow” e la maestosa “Man on the Silver Mountain” il talento musicale dell’accoppiata Blackmore/Dio venne fuori all’ennesima potenza e cominciò a mettere le fondamenta per il successivo e irripetibile capolavoro.
Anno 1976, esce “Rising” e le cose cambieranno per sempre; sei (ripetiamo, solo sei) canzoni dotate di tutto quello che la musica dovrebbe avere ci vengono proposte in un unico disco, senza tralasciare l’assoluta perfezione in fase compositiva ed un quintetto (per 3/5 nuovo) mostruoso in tutti i reparti.

Le tastiere di Tony Carey ci introducono l’apripista “Tarot Woman”, piccola eiaculazione hard rock in cui spicca subito la voce di Ronnie James: leggendaria, esemplare e unica sono solo alcuni degli aggettivi che si potrebbero usare per descrivere una prestazione canora di questo livello.

A tutto ciò si aggiungono le rullate di Cozy Powell (incredibilmente a suo agio dietro le pelli) e il genio Blackmore, sicuramente ai massimi storici in fatto di ispirazione.
Si prosegue con “Run With The Wolf” (altro pezzone dove i protagonisti non cambiano) e con la pazzesca “Starstruck”, probabilmente la mia canzone preferita di questo “Rising”.
Qui è proprio Ritchie l’assoluta star grazie ad un riff troppo azzeccato ed un guitar solo degno del suo nome.
La prima parte del disco è finita e ci si introduce verso la seconda metà, dove l’epicità toccherà punte inarrivabili per chiunque.
Ad accoglierci è “Do You Close Your Eyes”, traccia inferiore a quanto sentito finora (e anche a quanto sentiremo dopo) che si dimostra comunque solida nei onesti 3 minuti.
Ma finalmente siamo arrivati al più bel finale di sempre: la rullata di Cozy Power e il roccioso riff Blackmoriano aprono le danze a “Stargazer”, l’epicità fatta a canzone.
Qui le tematiche fantasy ci guidano in una dimensione surreale, sposandosi alla perfezione con le tastiere Careyiane e a un Ronnie James che canta veramente da Dio.


Non meno importante è inoltre la chitarra, brava a creare assieme alle tastiere un muro sonoro unico nel suo genere.
Sebbene la voglia di premere il tasto rewind sia tanta proseguo con l’ascolto e vengo frastornato ancora dalla 6 corde di Ritchie, scatenata e incalzante sin dalle prime battute del pezzo finale intitolato “A Light In Black”.
I ritmi qui si alzano vertiginosamente e vanno a pari passo con la resa della canzone, sempre ispirata e pestata a dovere dal solito Cozy Power.
A tutto ciò è doveroso aggiungere un guitar solo eccezionale e un Dio assolutamente perfetto.
“Rising” è finito e la prima cosa che voglio fare è schiacciare il tasto play all’infinito: in nessun altro disco troverete un tale concentrato di idee impeccabilmente metabolizzato in musica.

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