Recensione: Queens of the Stone Age – …Like Clockwork


Le “regine” sono tornate.
Sei anni fa usciva “Era Vulgaris”, un album a cui la critica internazionale non ha risparmiato una cattiva pubblicità, in parte, a detta di molti, meritata.
Non ha del misterioso, quindi, la natura di una così lunga attesa per l’uscita del nuovo album; per quanto riguarda le realizzazioni precedenti infatti, i Queens avevano abituato i loro fan ad un’astinenza di un paio d’anni, tre al massimo.

Con “…Like Clockwork”, titolo che potrebbe riferirsi sarcasticamente al ritardo della pubblicazione, Homme e i suoi tentano di ribaltare con pazienza e buone intenzioni il magro bottino di sei anni fa; per fare ciò, come spesso accade agli artisti sull’orlo del precipizio, chiedono il provvidenziale intervento di special guests provenienti da un ampio ventaglio di realtà musicali: Elton John e Jake Shears per citarne un paio.
In un unico album si concentrano diverse tipologie di suoni, si sperimenta, si mescola: si compone.
Torna alla batteria, in alcune fasi, anche il loro vecchio compagno Dave Grohl, rockstar che non necessita certo di presentazioni.
Ed è così che la batteria acquista una sonorità più corposa, dinamiche spese con parsimonia ma al momento giusto: ciò che serve a questo gruppo per creare una solida base su cui inventare.
Una cosa è certa, i Queens tentano in continuazione di tracciare nuove rotte, cercando di spingersi oltre i confini del ‘normale’, trovando spesso arrangiamenti interessanti capaci di influenzare e motivare la vena artistica dell’ascoltatore.

Le dieci tracce di “…Like Clockwork” dovrebbero venir percepite come un tornado di aria fresca, solo così i cinque americani si riscatterebbero dallo scivolone di sei anni fa, ma, a dirla tutta, non è precisamente questo l’effetto dell’album.
La track list è senza dubbio interessante, figurano pezzi di spicco come “I Sat by the Ocean” o “Fairwheather Friends”, ma ciò non basta a far ripartire il motore a pieno regime.
Servirebbero tracce più incisive, un qualcosa di più musicalmente impegnato: quel fattore x che i Queens avevano dimostrato di possedere e gestire al meglio con tracce del calibro di “No One Knows” o “Go With the Flow”.
I cori, spesso intrecciati fra loro tramite giochi armonici, hanno un ruolo importante all’interno dell’album; essi creano, insieme ai synth, le classiche atmosfere made in Queens of the Stone Age.
Il ruolo cardine dell’album, tuttavia, lo interpreta la chitarra solista, sporcata da sonorità rock/grunge, dialoga con la voce di Homme nel bel mezzo di diverse tracce.
Personalmente ho apprezzato molto “If I Had a Tail”, traccia in cui il marchio dei Queens è presente dall’inizio alla fine; nel ritornello, piuttosto malinconico e lunatico, una distorsione in stile Muse segue di pari passo la voce, arricchita dall’eco del mixer.
Insomma, le sonorità ci sono, grazie anche all’intervento di Dave Grohl alle pelli e sir. Elton John al piano e al microfono, ma è palese il fatto che manchi ancora qualcosa per rendere l’album una vera bomba.

Se scivoli e cadi, l’unica cosa che puoi fare è rialzarti con dignità, dimostrando di valere; questa, nonostante nascesse da un evento negativo, poteva essere una grande occasione per i Queens, un modo per ridare slancio al flusso degli eventi, purtroppo è stata gestita in maniera superficiale: con sei anni di tempo e una squadra swat come questa alle spalle si poteva e si doveva fare meglio.

Federico Musso – ROCKRACY – f.wilhelm@libero.it

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