RECENSIONE: MOTORHEAD – AFTERSHOCK


Motorhead_aftershock-300x300Che cos’è il Rock ‘n Roll? Non è mai facile rispondere a questa semplice domanda. Bisognerebbe cercare la risposta nei meandri delle discografie storiche, studiare, cogliere note e sensazioni disperse fra le righe della storia pentagrammata.
Ciò di cui possiamo essere sicuri è che, nel 2013, esistono ancora band che rockeggiano alla grande. Esiste un trio che, nella monotonia della quotidianità, scrive, registra e mixa un album da capogiro e ritorna in cattedra a dar lezioni ai novellini modaioli dei nostri tempi: i Motorhead.
L’inizio di Aftershock è letteralmente da cardiopalma: Heartbreaker prende a ceffoni l’ascoltatore, baipassando intro e preamboli da signorine. Dritto al sodo: non vi è il tempo di mettersi comodi.
Sarebbe scontato descrivere questa bella realizzazione, i Motorhead, grazie al cielo, restano i Motorhead. Ciò che preme comunicare è il grande impatto che questo album ha sull’ascoltatore sin dal primo secondo.

La voce di Lemmy è sempre la stessa. Calda e incazzata dispensa metafore e strofe al vetriolo che farebbero impallidire il più true dei metallari d’oggi. La storia, c’è poco da dire, non si batte.
Oltre all’arrugginito Rock non è difficile percepire la schiettezza del punk, dell’heavy e del blues fra le note di Aftershock. L’equilibrata e rodata padronanza di più stili, diffusa in una realizzazione da standing ovation.

“Squadra che vince non si cambia”, sembra essere questa la filosofia dello storico trio britannico: le sonorità, i ritmi e i groove sembrano esser stati ibernati. Oltre alla concorrenza, sembra che Lemmy sia ormai in grado di fottere anche il tempo stesso. Sarebbe giusto iniziare a chiedersi se questo dio del rock non avesse un debito in sospeso con il diavolo (a meno che non abbia fregato perfino quest’ultimo, non è da escludere).
Se non si bada alla tracklist l’inizio di Going To Mexico potrebbe indurre in errore i più: un retaggio dell’ultracitata Ace of Spades si erge a metà scaletta come sparti acque fra le frizzanti sonorità di tracce come Last Woman Blues, Knife e Paralyzed.
Merita di essere citata anche l’esplosiva Queen of the Damned – una lunga e inebriante apnea nel rock più cinico di ogni tempo.

Sembra che l’ispirazione alle tematiche belliche, e per i testi e per la grafica, abbia inconsapevolmente trasformato i Motorhead in un’infallibile ed imperitura arma letale.

 

VOTO: 8

ATA

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