Marilyn Manson – The High End of Low


Ecco la Recensione di un Famoso Forum dedicato a Marilyn Manson,
l’album è “The High End of Low”:

Recensione: Marilyn Manson – The High End of Low

1.”Devour”
La chitarra parte e ricorda “Mind Of A Lunatic”, il testo non è meno inquietante della cover che a suo tempo nel 2003 uscì, e la voce di Manson ritorna alla Golden Age Of Grotesque con una melodia che nel crescendo diventa un rock alla Eat Me Drink Me misto alla Holy Wood, un miscuglio sorpenentemente riuscito in maniera così naturale da risultare sorprendente… la canzone prende velocità e ci rendiamo conto che una band è tornata a combattere al suo fianco. Non ci sono più barriere, finalmente dopo 13 anni i Manson sono tornati uniti. La batteria di Fish è compatta come sempre ed esplode in una melodia catchy che si evolve subito in una sorprendente esplosione di voci multiple come non si sentivano da brani come “Kinderfield” nella parte finale. Un peccato che si interrompa così..!

2.”Pretty as a Swastika”
Le chitarre, l’attacco e la batteria ricordano i Nine Inch Nails (d’altro canto, sia Vrenna che Ramirez hanno passato anni a suonare per mr. Reznor e si sentirà parecchio durante tutto l’album), ma l’impostazione è tipicamente Mansoniana. Manson plagia con un ghigno feroce Reznor rendendo suo un trademark altrui con successo e con una facilità imbarazzante. Il ritornello, quadrato e urlato, dimostra che in effetti l’impegno è davvero ai massimi livelli da parte di tutti, c’è l’energia e questo disco non è solo un disco di mestiere. La co-produzione/editing di Vrenna, dietro anche agli editing di “The Downward Spiral”, rende questo semplicissimo brano una piccolissima gemma di rock industriale che pesta duro ed è come un calcio in bocca, tra feedback e basslines distorte.

3.”Leave a Scar”
Un feeling alla Mechanical Animals ritorna prepotente per un brano che parte come un rock leggero alla “I Want To Disappear”, per aprirsi con un ritornello ben più dark e drammatico, con evidenti richiami alle vocalità espresse in Eat Me Drink Me, dico che amato o odiato che sia, si farà sentire spesso qui nelle melodie vocali. Un brano che viaggia dritto e semplice, l’androgino sensibile è scomparso ma c’è ancora qualche traccia di lui all’interno del combattente confuso, ferito, sconvolto da alcool e sostanze chimiche ed arrabbiato che lotta per uscire in questa traccia. Le tastiere escono allo scoperto, senza disturbare, brevi, e lasciando per ora l’onore alle chitarre di fare la parte del Leone, ma Vrenna dimostra di essere stato discreto nel non scimmiottare un suono altrui edi ritagliarsi il suo piccolo spazio per fare delle signore canzoni. Punto a favore.

4.”Four Rusted Horses”
Un country malato esce dalla sabbia, il “Man That You Fear” che era stato lapidato anni fa evidentemente non è morto, ma anzi, è sul retro del disco in ombra, ormai più vecchio e cosciente, e mostra finalmente il suo volto, amareggiato e con dei rimpianti, ma per nulla vinto. Una splendida ballata perchè non melensa (sebbene il ritornello possa essere “leggermente melodrammatico”), la musica è dritta, strafottente e semplice, mai basslines sono state più semplici eppure dosate sapientemente. I crescendo di Vrenna sono azzeccatissimi e Twiggy alla chitarra acustica rendono questa ballata pura musica fatta da cowboy stronzie tossici… insomma, un’ipotetica versione dei Ministry country era “Dark Side Of The Spoon” forse avrebbe potuto suonare così, con le dovute ovvie differenze… Uno dei brani migliori del lotto, dove il cresciuto Anticristo non sa più che posizione prendere.

5.”Arma-goddamn-motherfuckin-geddon”
Il singolone che una volta tanto rispecchia esattamente le parole di qualche fortunello di Mansonusa che aveva ascoltato il brano in anteprima: “Rock Is Dead sotto steroidi”. Basslines semplicissime e chitarre alla Nine Inch Nails colpiscono assieme a percussioni reali (di Fish) ed elettroniche (Vrenna) che ricordano leggermente anche il sound di brani come “Posthuman” e “New Model” (le clap hands verranno usate spesso da Vrenna). Non c’è molto da dire su questo brano perchè in effetti Manson ha spiazzato tutti con una descrizione lapidaria della canzone che calza a pennello, levando al vostro carissimo il piacere di rompervi i coglioni…!

6.”Blank and White”
Aldilà del titolo bellissimo, la canzone musicalmente risulta non essere da meno. Incredibile come l’album non presenti fillers nè momenti di stanca. Un riff rock’n roll iniziale lancia una canzone sturmentalmente molto semplice e che parte in maniera molto onesta e semplice, la chitarra è sempre su tonalità alte, le voci di Manson tornano sovrapposte e maligne prima dei chorus, e ad un lavoro dietro alla batteria che finalmente risalta con gli altri strumenti. Canzone semplicissima, davvero “rock’n roll alla Manson”: voleva diventare un classico, beh questa potrebbe essere la loro “20th Century Fox” per groove e attitudine. Divertimento selvaggio in un party dove qualcosa si rompe, poco importa se si tratta di una cosa o di una relazione.

7.”Running to the Edge of the World”
Anche qui il titolone un pò da film fa fare una faccia strana. L’attacco con la sola chitarra acustica nella settima canzone del disco e il nominare la parola “Seed” ricorda la title-track di “Holy Wood” (“She put the seeds in me…”). I toni di Manson sono amari, la batteria accompagna questa triste processione che si apre in un ritornello dal sapore da film, nei momenti in cui qualcuno raggiunge la libertà. Ma la vera sorpresa sono i post-chorus con le avbiances e il rhodes piano di Vrenna, mestissimi e malinconici come poche altre cose che i Manson abbiano mai scritto. I ritornelli che si aprono non colpiscono più forti come prima, diventano parte della malinconia di una voce in falsetto e din ginocchio, che bisbiglia distruzione mentre attorno la Death Valley torna a fare capolino.

8.”I Want to Kill You Like They Do in the Movies”
Altro titolo lungo per una canzone che avrebbe potuto essere, ancora parlando per paragoni, una sorta di “The End” o “Celebration Of The Lizard King” dei Marilyn Manson. Nove minuti che avrebbero potuto essere un manifesto, di certo nno una “Para-Noir 2″, ma la band purtroppo, stavolta non riesce a stare dietro a Manson nonostante sia eccellente, qui in veste attore del proprio psicodramma e che in nove minuti dà tutto sè stesso nella follia, nella droga, negli eccessi, nei toni macabri, tragicomici, scazzati, ma soprattutto allucinati. Mai era stato tanto visionario come in quest’album, dai tempi di Holy Wood. Morto il Re Lucertola, a 40 anni una persona sta dimostrando che il Re può reincarnarsi di tanto in tanto in qualcuno. La band cerca di stare dietro a questa sua eclettica follia vocale spaziando gli umori dal malato ad uno sporadico ritorno di memorie alla POAF o Smells Like Children, ma il genio di Berkowitz alla chitarra, e le follie che Pogo avrebbe potuto fare in nove minuti, ovviamente non viene raggiunto. Però la canzone risulta malatissima, drogata all’inverosimile, ansiogena ed inquieta, di certo un’ascolto quasi sgradevole come primo approcio perchè Manson non si maschera, va fino in fondo al suo stomaco di verme e vomita e sproloquia. Un brano riuscitissimo e spaventoso che con un tastierista più folle sarebbe stata sinceramente paurosa. Mentre così è solo un “altro brano bellissimo”, cosa che comunque non è da poco chiaramente!!!

9.”WOW”
“WOW suona come una stanza piena di persone incazzate”.
E Manson ha pienamente ragione. Le persone incazzate in questa lunga stanza illuminata di rosso Lynchiano, sono le sue ex, dalle prime alle occasionali. Una “Slutgarden” trapiantata in una nuova veste, dove il Manson della Golden Age, ritornato in vita, attraversa la stanza legato in una sedia a rotelle, passando in mezzo a tutte le donne con cui è stato, che ha amato, che ha tradito… e viene visto dai loro occhi. Lavoro di Vrenna alle tastiere molto semplice ma efficace grazie ad un Korg, appartenente probabilmente a Pogo, che lancia svisate elettroniche che possono ricordare in qualche maniera anche un’umore alla NIN. Qui comunque, punto a favore di Vrenna: suona come Vrenna e non come Pogo. Questo significa molto e dà corda a Manson trasformando un brano dalla base synthpop in un’altra allucinata tappa di questo viaggio eccitante chiamato “The High End Of Low”.

10.”Wight Spider”
Una batteria marziale e un pò jazzy suonata magistralmente da Ginger introduce un brano con delle chitarre epiche e ad un Manson che, dopo l’allucinazione di WOW, ritorna lucido e canta con trasporto in un mid-tempo meraviglioso, quasi una versione di “Deformography” post Eat Me Drink Me nella strofa e che nel ritornello esplode tornando marziale con un crescendo assurdo e ancora voci multiple. Il suono è prodotto ottimamente, e rende eccitante l’ascolto di un brano che risulta particolare e stranamente quieto finchè la voce di Manson non dimostra comunque quanto più in là si può ancora spingere anche l’intera band… l’intensità, se possibile, cresce ancora, la solennità delle note e delle voci si sovrappongono fino a raggiungere un climax fatto di chitarre acustiche con chitarre distorte e synth che stanno al seguito di un Manson che finalmente sbraita e sputa e si incazza e finalmente, fa ancora paura, distruggendo nel finale qualsiasi armonia e lasciando solo un feedback che risuona nella testa per minuti.

11.”Unkillable Monster”
Ok, scusate, ora sembrerà scemo, ma prendete questa canzone come una canzone degli Smashing Pumpkins del periodo “Adore/Machina”, perchè effettivamente è IN TUTTO E PER TUTTO, dalla maniera di cantare le melodie al semplice tempo di batteria poppy alle chitarre e alle tastiere che fanno da sottofondo… è un brano rubato da Billy Corgan probabilmente. Non ho nulla da aggiungere, qui è un plagio altrui!!! Però, anche qui, è un brano ben prodotto, semplicissimo ma riuscito, anche se il risultato lo rende uno dei pochissimi anelli deboli dell’album, se confrontato alle altre canzoni.

12.”We’re from America”
Un brano adatto come anticipazione del disco, che ricorda “The Suck For Your Solution per il continuo uso degli armonici (anche se in maniera più semplice), con una batteria che viaggia dritta ed un Manson in spolvero. Credevamo che questo fosse il picco massimo del disco all’inizio mentre ora è un brano che rientra nella norma straordinaria di questo sorprendente album. Anche qui vige la regola del ritornello di “Devour”: riff quadrato e semplice, voce idem, slogan a manetta e clap hands alla Mechanical Animals a rendere il tutto più accattivante. E’ ritornato, tra i tanti Manson presenti, anche il reverendo a farci una delle sue prediche, che di certo dal vivo farà alla folla adorante.

13.”I Have to Look Up Just to See Hell”
Un urlo, un ruggito, un ululato, ci trasporta in un inferno che molto ricorda le atmosfere del Rob Zombie solista, tra una bassline molto cadenzata e Ginger altrettanto metronomico, qui le chitarre si sbizzariscono nella strofa per aprirsi nel ritornello, per tornare quadrate e cattive assieme al ruggito sofferente di Manson nel post-chorus ed un bridge delirante. Un volo all’interno della testa di Manson quando è depresso, ancora una volta un uomo di cui si deve avere paura, vermi che brulicano, reiminiscenze del ragazzo che si trasforma in angelo e subito dopo canta la title track di Eat Me, Drink Me, una maledetta giostra degli orrori che ad ogni giro cambia facendoci credere di vedere mille cose diverse mentre, chissà, forse siamo fermi…? Un brano coinvolgente e che ti confonde.

14.”Into the Fire”
Un piano funereo tanto quanto il riff di chitarra di “Four Rusted Horses” suonato magnificamente da Ginger Fish introduce a questa ultima vera traccia del disco, una ballatona strappalacrime che molto deve vocalmente alla vena melodica di Eat Me Drink Me, ma che con una vera band dietro alle spalle suona sicuramente più sicura, potente e libera di lasciarsi andare. Questo è il Manson di oggi, come ha sempre dimostrato di essere: cento facce, nessuna di questa è vera, nessuna di questa è falsa, hanno tutte ragione e tutte torto, nessuna di loro mente e nessuna di loro dice la verità. Il crescendo finale con un lento assolo di Twiggy alla chitarra, il primo nella sua carriera nei Manson, rende il brano un classico rock che ancora una volta richiama atmosfere passate. Il fasletto di Manson e la band che lo accompagna magnificamente creano una magia palpabile. Un finale perfetto, triste, con violini e pianti degli spettatori. Luci accese. Il film è finito.

15.”15″
Unico brano a mio avviso davvero malriuscito, “i titoli di coda quando esci dal cinema” secondo Manson. Il brano risulta un esperimento frutto della sua passione per i Radiohead, tanto da costringere Vrenna a suonare (oltre alle onnipresenti clap hands, e stavolta che palle!) delle note che TROPPO assomigliano alla title track di “Kid A” e lui a cantare delle note che sarebbero state molto, molto più adatte a Yorke & Co. e che vista l’estrema cupezza del disco le vedo estremamente fuori luogo… l’entrata della batteria di Fish cerca di salvare il salvabile, pesta duro ma smette subito per lasciare spazio ancora a reiminiscenze che poco hanno a che fare con tutto il resto, voci finali sovraspposte a parte che fanno sempre il loro bell’effetto. Sperimentare va bene, lo hanno fatto molto durante questo disco, ma qui si va in altri campi musicali che non gli competono, sorry. Come il remix di Heart Shaped Glasses, potete anche sopravvivere, a mio avviso, senza questa canzone, anello debole del disco per fortuna posto alla fine.

Fonte: marilynmanson.forumfree.net

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