Recensione: James LaBrie – Impermanent Resonance


Dopo l’ottimo “Static Impulse” che noi di Therocklolog.net abbiamo particolarmente apprezzato torna sui mercati James LaBrie con il suo nuovo album solista.
“Squadra vincente non si cambia!”, questo è il motto del cantante Dream Theater che per questo “Impermanent Resonance” ha confermato la line up del precedente disco, tanto che nell’intervista pre-uscita è stato chiaramente dichiarato di voler proseguire sulla stessa linea musicale.
Dunque ci troviamo di fronte ad un lavoro sulla falsa riga di “Static Impulse”?
Assolutamente no!
Le differenze ci sono e, come avremo modo di leggere nelle prossime righe, risultano più o meno azzeccate.

Se da un lato l’iniziale “Agony” rispecchia alla grande lo stile musicale passato risultando per noi uno dei pezzi migliori del lotto già dalle successive “Undertow” e “Slight Of Hand” le cose cambiano: i ritmi si fanno più melodici e le apparizioni del growl targato Wildoer divengono sporadiche ma piazzate nei momenti più giusti, il tutto per dar vita a due pezzi di assoluto valore.
Le uniche note stonate arrivano dalle tastiere, decisamente troppo ingombranti per tutta la durata di Impermanent Resonance” e colpevoli di mettere in secondo piano l’eccellente 6 corde di Marco Sfogli.
Si prosegue con la dolce “Back on The Ground”, altro pezzo tra i nostri preferiti che fa dei chorus morbidi il suo punto di forza, e con “I Got You”, dove si aumentano i ritmi senza però incidere troppo.

“Holding On” e “Lost in The Fire” sono due pezzi dotati di una vena malinconica, che abbandonano totalmente il growl e si dimostrano riusciti nei loro complessivi 8 minuti non digeribili da tutti; il successivo duo “Letting Go”/“Destined Burn” rispecchia un po’ tutti i pro e contro di questa nuova svolta discostandosi da “Amnesia”, altra traccia riuscitissima dove un growl proposto col contagocce impreziosisce un brano che fa del ritornello il suo punto di forza.
La fine è tutta dedicata all’esplosiva “I Will Not Break”, canzone tritaossa nella quale Wildoer non risparmia il growl e soprattutto il blast beat.
In conclusione cosa possiamo dire di questo “Impermanent Resonance”?
Che la voglia di cambiare e puntare su un sound più soft si è dimostrata una scelta azzeccata ma non priva di errori.
L’eccessiva presenza delle tastiere di Matt Guillory infatti è sicuramente il punto più negativo, senza dimenticare l’evidente accantonamento di Marco Sfogli e dei suoi soli, troppo brevi e limitati per un chitarrista di questo talento.
Volendo fare un paragone il precedente “Static Impulse” per noi vince ma anche “Impermanent Resonance” supera egregiamente la prova studio, confermando un LaBrie sempre più a suo agio nelle vesti di solista.

voto 6,5


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