Recensione: Immortal – Battles in The North (1995)


recensione a cura di Zerba
Perché recensire nel 2013 un album del 1995?
Ma soprattutto, che ci fa il black metal su Therockblog.net?
Sinceramente me lo sto chiedendo pure io… tutto inizia con la mia passione per la musica, la quale mi porta a spaziare in ogni genere: rock, metal, punk, classica, folk, elettronica, pop, hip hop ecc sono solo alcune delle varietà musicali che ascolto più o meno frequentemente.
E così un bel giorno, incuriosito più dalle tante crude storie che dal sound vero e proprio, mi avvicino a questa nicchia del metal tanto amata nei freddi paesi del nord Europa.
Il primo impatto è stato duro: i ritmi erano davvero troppo estremi per uno che, come me, non era mai andato oltre il thrash metal e privilegia il rock o le sonorità heavy/power; sebbene ‘qualcosa’ di death già lo ascoltassi capirete bene che il melodic dei Children of Bodom o quel capolavoro di “The Sound Of Perseverance” sono più digeribili di un qualsiasi album targato Mayhem… (almeno per me è così).
Tuttavia la voglia di proseguire in questo mondo non se ne andava e con essa mi stavo pian piano abituando al martellante blast beat, senza dimenticare che l’inizialmente odiatissimo tremolo picking era ormai digerito dalle mie orecchie.
Mi stavo avvezzando al genere e riuscivo finalmente a non classificarlo come solo rumore, il che mi portò a fare una piccola ricerca su Internet per capire quali fossero le perle da ascoltare.
Dopo una rapida e superficiale letta la mia scelta ricadde proprio su “Battles in The North” degli Immortal: forse è stata la copertina a catturarmi (tra l’altro veramente brutta), forse è stato solo un caso fatto sta che questo album ha girato parecchio (e tutt’ora gira) nel mia lettore!
Quello che inizialmente mi ha colpito è la brutalità del sound che, sebbene sia martellante e stordente dall’inizio alla fine, non perde mai di freschezza

riuscendo a far volare la mezz’ora abbondante proposta dal duo norvegese (eh si, al tempo erano solo un coppia).

Prendiamo ad esempio l’iniziale title track, emblema del disco capace di abbattere lo stereotipo satanista con il suo testo intriso di orgoglio pagano, o la seguente “Grim and Frostbitten Kingdoms”, meno brutale ma dannatamente fredda come il suo assolo finale.
E se il successivo duo “Descent Into Eminent Silence”/“Throned By Blackstorms” continua semplicemente a picchiare facendosi preferire nella seconda traccia non si può certamente dire lo stesso di “Moonrise Fields Of Sorrow”, dove i ritmi aumentano ancora in modo tanto naturale da non sembrare vero.
Spettacolare poi è il cantato di Abbath in “Cursed Realms Of The Winterdemons”, glaciale e maestoso come la breve intro di basso proposta da egli stesso: la metà del disco è ormai superata e un breve accenno di cedimento lo si ha con “At The Stormy Gates Of Mist”, pezzo che a mio avviso è inferiore a quanto sentito fino ad ora.
Poco male comunque visto che “Through The Halls Of Eternity” ci riporta su alti standard prima del mastodontico finale, incredibilmente riuscito nei suoi lauti 8 minuti.
Si parte con la pugnalata al petto di “Circling Above In Time Before Time”, brano leggermente più melodico ma forse proprio per questo capace di donare ulteriore qualità al sound: ancora eccellente (soprattutto nella parte conclusiva) lo scream di Abbath così come la sua prova dietro le pelli.
Il gran finale è riservato al miglior pezzo dell’intero lavoro, quella “Blashyrkh (Mighty Ravendark)” capace di mandarti in apnea per oltre 4 minuti; qui la malinconia prende il sopravvento servendosi degli arpeggi targati Demonaz e proseguendo poi fino alla metà del cammino, dove è ancora Abbath a prenderci a schiaffi con il suo drumming martellante ed un cantato epico.
Ma che succede?
Il basso di Abbath sale in cattedra e ci strania con i suoi passaggi melodici, bravi a precedere le successive urla di sfogo sulle quali Demonaz ha l’onore di darci un ultimo pugno allo stomaco con la sua sei corde.
“Battles in The North” è finito e la prima cosa che voglio fare è schiacciare nuovamente il tasto play: più che un semplice disco per me è stata una rara esperienza.

, ,