Recensione: Hatebreed – The Divinity of Purpose


hatebreedUscita il 25 Gennaio 2013, l’ultima fatica marchiata Hatebreed ha già perforato timpani nei quattro angoli del mondo, dagli States fino all’Indonesia (dove la pepita d’oro dell’hardcore team Nuclear Blast detta legge in fatto di musica) passando per l’Europa.
Non è un caso, infatti, che Jamey Jasta abbia sostenuto circa trentacinque interviste nel giro di soli due giorni, come confessa alla collega svedese inviata di un noto partner Youtube.
Mixato da Josh Weller e masterizzato da Brad Blackwood “The Divinity of Purpose” è, senza ombra di dubbio, un album da gustare nei minimi dettagli. Suoni corposi e ritmati si incatenano al ruggito di Jamey, gettando benzina su quella fiamma chiamata Hatebreed.

La marcia di questa punta di diamante della NB è ritmata da un furioso Matt Byrde che, come al solito, impartisce lezioni di sound degne di nota.
Dopo quindici anni di attività, la linea dei picchiatori di Bridgeport è sempre la stessa: semplicità, energia e un’incredibile presenza scenica; tuttavia, questa volta, sembrano parzialmente influenzati dal sound delle nuove realtà hardcore emergenti.
In questo sesto album si vuole dare un tocco artistico in più alle tracce, concretizzando un lavoro dettagliato.
Si parte dal titolo.
Il fatto di menzionare una divinità, spiega J.J., serve a far riflettere i fan, nella speranza di indurli a soffermarsi di più sul senso dei testi.
Anche la copertina è decisamente ricercata: non si tratta infatti di un semplice lavoro digitale, bensì di un vero e proprio dipinto.
Raffigura il dualismo esistenziale, rappresentato da un angelo e un demone intenti a scrutarsi, ma è proprio il tratto a mano libera a dare un valore aggiunto al vinile.
Un plauso, infine, va al leader della formazione, capace di fondere la semplicità e l’impatto delle melodie, con l’inaspettata profondità dei suoi testi.
Soffermandoci sulla tracklist è d’obbligo menzionare alcune delle dodici tracce.

La prima “Put it to the torch” è un simbolismo raffigurante la torcia che rischiara l’oscurità, che ci permette di vedere la reale forma e direzione delle cose, facendoci incanalare l’energia negativa rielaborandola per scopi positivi, come spiega il cantante.
Merita perciò, in quanto “fiaccola dell’album”, il posto assegnatole.
Guidati dalla torcia troviamo in seguito “Own your world”: i potenti riff di chitarra ricordano vagamente lo stile dei californiani Terror, mentre i cori ci riportano a Boston, di fianco ai Blood for Blood per formare un mix perfetto.
“Sono io che parlo a me stesso in questa traccia” spiega Jamey, ricordando di non aver mai aspirato alle vuote e piatte prospettive del sogno americano.
Sembra che ci sia spazio anche per i consigli fra i titoli dell’album, come nel caso di “Before the fight ends you”.
Spesso, nella scena hardcore, i testi evocano e denunciano le difficoltà della vita, questa volta, però, accade in maniera diversa: Jasta si rende conto di quanto possano essere opprimenti e pericolose certe situazioni, invitando così a “finire la battaglia, prima che sia questa a finire te”.
In seguito troviamo “Dead man breathing”, una delle più violente tracce dell’album, degna di nota in quanto realizzata in pieno stile Slayer: emblema di questo album, dove gli Hatebreed dimostrano di saper mescolare al meglio vecchio e nuovo, esprimendo questo connubio con brillante personalità.

Concludiamo con il singolo (The divinity of purpose” appunto): in questa canzone si parla di amicizia, fratellanza, nella vita e nella musica, e di quanto Jamey abbia stretto un sincero e reciproco legame con il suo fedele pubblico.
In un’intervista racconta di quanto due fan, ad un suo ultimo concerto, siano stati in grado, con il loro esplosivo entusiasmo, di restituirgli la stessa energia che stava trasmettendo loro dal palco: “un’esperienza incredibile” afferma.
Insomma, sembra che con questo album il distacco tra loro e i Terror si sia nuovamente ristabilito e che gli Hatebreed abbiano dimostrato ancora una volta quanto sia meritato il loro successo mondiale, riaffermando la loro potenza (marchio di fabbrica dal ’94) arricchita da un’inaspettata ed interessante profondità lirica.
L’unico aspetto da recriminare all’album può essere il fatto di non presentare, al suo interno, una traccia di spicco come potevano essere “Destroy Everything” oppure “This is now” nelle precedenti esperienze: un inno insomma.
Ad ogni modo, possiamo affermare senza problemi di avere tra le mani un album omogeneamente competitivo, in un fronte, quello dell’hardcore americano, in continuo sviluppo.

Federico Musso

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