RECENSIONE: EVERLAST – THE LIFE ACOUSTIC


304 ever

Dopo la militanza nel gruppo rap americano House of Pain (primi bianchi a fare rap in America), Everlast tenta con successo la carriera solista del bluesman maledetto, un saggio tatuato che racconta la vita con un beffardo sorriso di chi sa già come andrà a finire.
Il suo ultimo lavoro, The Life Acoustic, rappresenta una tappa importante: si tratta del certificato di maturità dell’artista, reduce da scelte musicali difficili ed incerte, è la metabolizzazione del passato attraverso l’esperienza che lo porta a posare il New Era e gli fa imbracciare una chitarra.
A primo impatto ci troviamo di fronte ad un album estremamente semplice, Everlast sfoggia un’abilità da vero one man show: una voce calda e sporca, in pieno stile Blues, si amalgama magistralmente ad accordi e ritmi incalzanti. Talvolta si fa timidamente strada un pianoforte ma il ruolo fondamentale è inscenato dal vocalist.

Sad Girl, Grandma’s Hands, Broken: il bluesman racchiude in questo album le più svariate tematiche, dimostrando di ispirarsi ad un inaspettato lato sensibile. Troviamo pezzi spensierati, lentoni dai testi struggenti e tracce di matrice rock n roll come Stone in my Hand e My Medicine.
La conclusione è inaspettata: Jump Around, storico marchio degli House of Pain, viene rivisitata in chiave blues mantenendo una ritmica vocale decisamente hip hop, retaggio di un passato che Everlast è orgoglioso di ricordare.
Passato e presente si mischiano in The Life Acoustic, l’essenza della musica nera che anima entrambe le culture riassunte in questo album.

ATA

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