Recensione: Dropkick Murphys – Signed and Sealed in Blood


Verde.

Che sia quello dei trifogli irlandesi o dei vodka menta-red bull non è ancora chiaro, ma è senza dubbio il verde il colore che pervade la mente quando la testina del giradischi comincia a scivolare sul quarantacinque giri di “Signed and Saeled in Blood”, pubblicato lo scorso 8 Gennaio.
Un disco frizzante, degno di figurare tra le copertine firmate Dropkick Murphys, sopporta bene il confronto con il precedente “Going out in Style” denso di collaborazioni degne di nota che rispondono ai nomi di Fat Mike, leader dei NOFX nonché icona mondiale del Punk indipendente, e The Boss: Bruce Springsteen.
La prima reazione che si ha, assaggiata una buona fetta di questo disco, è correre all’anagrafe per farsi cambiare il proprio cognome in “O’Malley” o “O’Neil”: un cognome irlandese insomma, per sentirsi parte integrante di questa cultura.
L’album si apre con un pezzo tipicamente celtic-punk: “The Boys are Back”.
Un intro che si sviluppa in crescere per poi sfociare in un coro distintamente Dropkick Murphys, un ritornello ciclico ma mai banale, uno di quei ritornelli da cantare all’infinito nelle serate goliardiche: proprio quello che ci si aspetta da una loro headtrack.
In seguito ci imbattiamo in “Prisoner’s song”, canzone da menzionare in quanto spicca un uso ricercato della batteria, la quale segna una continua marcia per poi inciampare solo una volta nel charly dando il tempo a metà esecuzione.
La canzone del galeotto è solo uno dei tanti simboli disseminati per questo album denso di significati, tra le righe dei quali si leggono evidenti i motivi che spingono questa formazione a combattere il sistema con i loro mezzi, rifugiandosi in una vita degna di essere vissuta.
“Rose Tattoo”,realizzata lo scorso 7 Novembre, è un ingegnoso mix di sound celtic-folk e ritmi tipicamente rock ‘n roll, legame che trasuda “vecchia scuola” da tutti i pori, come testimonia lo stesso titolo.

Il testo, come il video in bianco e nero, è un continuo concatenarsi di simbologie tipicamente old school: ancore, teschi, carte da gioco, pin up e rose, per l’appunto. Inno ad un disperato amore (più per una vita avventurosa che per una donna) inseguito a bordo di pirateschi velieri, solcando mari impetuosi.
“My hero” tiene alto il livello dell’album con una chitarra solista che ricorda molto le melodie made in Social Distortion, come tutto il pezzo del resto.
La vena più “celtic” di questo album è senza dubbio il singolo “The Season’s Upon us”.
Un’esecuzione più lenta rispetto alla media, accompagnata interamente da un flauto che ci riporta alle radici della cultura irlandese, lasciando all’immaginazione la libertà di viaggiare.
Non vi sono grandi novità per quanto riguarda il sound, ma del resto: squadra che vince non si cambia.
Negli anni la band si è modificata a tal punto da mantenere, ad oggi, come unico membro fondatore il bassista/cantante Ken Casey; ma forse è proprio questa la prova del nove che ci permette di capire quanto la realtà musicale plasmata dai primi Dropkick Murphys sia dura a morire ed efficace: una scelta vincente.
La caratteristica principale di questi fauni tatuati di Boston, ribadita a colpi di rullante, cori e banjo nella loro ottava realizzazione, è quella di riuscire a coinvolgere il pubblico in maniera tipicamente irlandese, creando un’atmosfera familiare che fa venir voglia di alzarsi in piedi e unirsi ai cori braccio a braccio, levando al cielo una pinta di Guinness.


E’ proprio questo il sapore dell’album, una tracklist che sa di coesione, capace di coinvolgere anche il più misantropo dei lettori.
Probabilmente è dovuto a ciò il grande successo riscontrato dalla band in Italia negli ultimi tempi, motivo per cui, anche la scorsa settimana, l’Alcatraz di Milano si è riempito per assistere alla loro unica data italiana.
Un tour europeo che parte da nord e si conclude in Spagna, passando per l’Italia. La band, dunque, proseguirà negli Stati Uniti, finendo nell’amata Boston.
Per far fronte alle innumerevoli richieste, sono state organizzate addirittura tre date nella loro città, date che, ad occhio e croce, si concluderanno al bancone di qualche irish pub sperduto per le vie di Medford.
Ed è proprio qui che ci piace immaginarli, a far baldoria in mezzo ad amici e pinte, non come snob rockstars ma come un gruppo di persone semplici.
Chissà che sapore ha la Guinness nei pub di Boston.

Federico Musso
f.wilhelm@libero.it

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