Recensione: Deep Purple – Now What?!


La sfortuna di essere giovani, in ambito musicale, è il fatto di vivere sempre all’ombra del passato.
Rassegnati rockettari che venerano capolavori di un tempo non loro, portavoce di qualcosa che è stato già raccontato, romantici piloti di una fuoriserie di seconda mano: una quotidiana convivenza con l’amarezza di non aver mai vissuto tutto ciò nel fiore degli anni e dunque di non riuscirlo a sentire completamente proprio.
Sono album come “Now What?!” a riscattare il sentimento di milioni di giovani insoddisfatti dalle realtà moderne, a dare loro la possibilità di poter dire “quando è uscito ‘Now What’ dei Deep Purple io c’ero”, classica frase in uso sulle bocche di canuti rockettari cinquantenni.
Un lavoro curato e bilanciato si presenta all’ascoltatore senza stravolgere la copertina con ridondanti grafiche: una semplice punteggiatura in ‘purple’ al centro – ‘?!’, avvolta dal titolo e dal nome della band.
“Now What?!” più che il titolo del diciannovesimo album firmato dalla band britannica è un’esclamazione che ispira le più svariate interpretazioni, la più gettonata vorrebbe il gruppo ergersi in cima alla piramide musicale, tronfio dell’ennesima realizzazione farsi prepotentemente spazio fra i novellini che li credevano finiti.

L’album nel complesso è bilanciato, non spiccano tracce in particolare ma non vengono nemmeno inserite tracce di riempimento (sviolinate ‘pop’ a parte), ogni tassello è funzionale all’intera realizzazione.
Fra le undici tracce, prodotte dalla sempre più solida ‘earMUSIC’, spiccano tuttavia tre prodotti che, ognuno a modo suo, riproducono in chiave moderna le sfaccettature che negli anni ci hanno fatto innamorare di questa strepitosa band.
“Hell to Pay” è senza ombra di dubbio la parentela più stretta con gli album storici targati Deep Purple: il ritmo sostenuto è avvolto da un’esoscheletro musicale moderno e più sobrio, una realtà che dà maggior peso a raffinatezze tecniche rispetto a suoni più grezzi ed incontrollati.
Insomma, la modernità ci mette sempre lo zampino.
La pecca di quest’album è il tentativo di ingabbiare la potenza e precisione della chitarra nell’effetto evanescente dei synth: i due, specie nel caso di Hell to Pay, viaggiano in parallelo creando una sorta di sovrapposizione che inibisce l’effetto di entrambi.
C’è da dire, inoltre, che sentire frasi del tipo “Up the revolution, we’re all prepared to die” da un gruppo che guadagna ancora oggi milioni di dollari fa abbastanza sorridere.
“All the time in the world” dovrebbe essere il primo singolo estratto dall’album, dico dovrebbe in quanto le sembianze di singolo ci sono non trattandosi tuttavia di una traccia particolarmente coinvolgente.
Non si discute l’esecuzione quanto lo smalto che la band ha lievemente perso: talvolta, fra le note di questa canzone, non si capisce se l’mp3 sia finito per sbaglio su una traccia dei R.E.M., effettivamente nel ritornello Ian decide di scaldare la voce e i dubbi svaniscono.

La sorpresa più interessante dell’intero album è “Vincent Price”, testo in onore del grande attore americano: un ritorno alle origini che mischia sapientemente grezzo e moderno donando precisione e potenza ad un pezzo che è la sintesi finale del cammino di questa storica band.
Il synth di Don Airey, in stile organo, apre il sipario: una chitarra distorta a dovere produce un groove coinvolgente che marcia come un marine su un 4/4 scandito dal charleston aperto di Paice : secco, deciso, incazzato.
La voce di Gillan si sdoppia con il preciso fine di creare l’angoscia evocata dall’organo iniziale, si tratta tuttavia di un’atmosfera che ha del surreale e ciò viene testimoniato dall’horror videoclip realizzato per promuovere sulle piattaforme video questa traccia, tributo all’onorata carriera dell’attore citato dal gruppo.

Nonostante le sonorità, le tematiche e il testo tutto ciò alimenta una velata ironia concretizzata infine dall’esibizione della lapdancer ‘svestita’ da suora ad un paio di minuti dalla fine del video: una chicca che, purtroppo, distrae completamente l’ascoltatore facendogli così perdere i tecnicismi dell’assolo.
La nota che stona leggermente nel concepimento di questo album è da ricercare nell’anima stessa del gruppo: ci troviamo di fronte, non capita spesso, ad uno dei mostri sacri della storia del rock, gli ideatori del riff più celebre di tutti i tempi; ogni passo calcato dalla band spiana la strada in un futuro sempre più modernizzato, una sempre più fitta siepe di effetti, mixer e pedali.
Come qualsiasi band dei gloriosi anni ’80, i Deep Purple nascono in mezzo a semplici valvolari, pelli tirate a dovere e microfoni da battaglia: il fatto di voler forzare una realtà concepita in un ambiente drasticamente diverso da quello moderno nello stesso è la matrice dei cortocircuiti presenti in piccole dosi in quest’album.

Il tentativo di proporre in chiave moderna il frutto di una formazione con una concezione musicale totalmente diversa non può che creare un prodotto talvolta incompleto, che, nonostante la sua enorme competitività, lascia un po’ di amaro in bocca all’ascoltatore.

Non smetterò mai di dire che, a volte, basterebbe pestare un po’ di più e girare meno rotelle.

ATA – @ATAvox – atasonair@gmail.com

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