Recensione: Claudio Quartarone – Calling Any Station


Immaginate un ragazzo dal talento cristallino che all’età di 8 anni imbraccia quello che sarebbe stato poi lo strumento della sua vita: la chitarra classica.
Aggiungete poi una dedizione per un genere tutt’altro che semplice, il jazz.
Risultato?
Claudio Quartarone!
A solo un anno di distanza dall’EP “Jimy” il jazzista italiano torna in questo 2014 con un nuovo album dai mille spunti.
Intitolato “Calling Any Station” il disco raccoglie, in tutto e per tutto, la miriade di influenze ed esperienze che il Nostro ha acquisito nel corso della sua carriera.
Non ci si trova dunque davanti ad un lavoro prettamente jazz (come potrebbero essere “Third Boss Guitar” o “White & Black”) bensì alla fusione di quest’ultimo con l’altra grande passione di Claudio, la musica elettronica.
Saremo sinceri, a caldo questa scelta aveva fatto storcere il naso pure a noi: pezzi come “Cartoon” o “Dna” non ci hanno entusiasmato e, in particolare nel primo, i passaggi elettronici ci sono sembrati forzati.
Tuttavia i dubbi sulla validità del prodotto vengono presto spazzati via grazie a “Birds”, probabilmente la migliore canzone del lotto dove chitarra e passaggi dub vanno a braccetto come una coppia felice, senza inoltre dimenticare gli squisiti tecnicismi di “Fire Work”, sesta traccia per numero ma non per valore.
“Felipe” e “Fire Work”, con le loro atmosfere ambient, strizzano l’occhio al Buckethead del periodo “Colma” e precedono “Jaxx”, un classico brano in stile jazz dove si apprezza nuovamente la tecnica di Quartarone: qui la componente electro è quasi inesistente, il che farà gioire i puristi del genere.
E se “Main Stream” si lascia ascoltare con piacere una nota di merito va a “One and Everything”, pezzo conclusivo dotato di una vena “rock” seppure in un contesto elettronico.
“Calling Any Station” si dimostra un lavoro riuscito, da ascoltare con giudizio perché contiene spunti interessanti che in futuro potrebbero venire proposti anche dagli artisti più famosi.
Avanti così.

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