Recensione: Black Sabbath – 13


Piccole imbarcazioni solcano di continuo le acque del panorama musicale moderno, ormai non ci facciamo neanche più caso, tanti piccoli puntini uno di fianco all’altro, barche a remi più che imbarcazioni.
Talvolta, però, accade che ritorni dal passato qualcuno su cui si sono sentite solo storie e leggende, personaggi che si consideravano ormai parte della Storia, qualcuno che, in questa chiave di lettura, è bello immaginare a bordo di un possente galeone rovinato dal tempo e dalle tempeste, una polena tatuata, vele gonfie e una bandiera nera in cima all’albero maestro, una bandiera su cui sono distinte due semplici e riecheggianti parole: BLACK SABBATH.
“Thirteen”, o semplicemente “13”, è la diciannovesima realizzazione di una band che ha seminato ‘sold out’ in tutto il mondo, un album che si presta a ristabilire prepotentemente le gerarchie in un mondo anestetizzato dagli artisti ‘usa e getta’ stampati e confezionati dalle major americane.
Vertigo Records produce otto tracce da brividi, groove e distorsioni si inseguono in una diabolica giostra architettata dall’immortale Ozzy Osbourne, finalmente libero dalle catene della carriera solista.
La reunion, annunciata nel 2011, era in programma già nel 2001 ma i vari side project dei componenti storici ne hanno causato la repentina interruzione.

Erano diciotto anni che la band non varcava la soglia dello studio di registrazione unita: un avvenimento storico nel mondo della musica, non parliamo infatti di una band qualsiasi, né di una meteora durata una manciata di anni.
Gli ingredienti per tornare alla carica c’erano tutti insomma, ma la formazione britannica aggiunge un pizzico di modernità alla realizzazione piazzando davanti al rullante Brad Wilk (Rage Against the Machine), sostituendo lo storico Bill Ward a causa di una discussione di natura economica.
Tony Iommi rimane fedele alla distorsione che lo ha accompagnato negli storici singoli del calibro di “Paranoid”, brandendo la sua nera SG mancina come da copione.
Le porte di “13” si aprono con l’emblematica “End of the Beginning”, head track che preannuncia un album ricco di risvolti interessanti, dalla cripticità dei testi alle sonorità malinconico/angoscianti che ritroveremo in tutte le otto tracce.
Il ritmo è lento, la chitarra ipnotica e la batteria scandisce insieme alla voce una cadenza rituale, come se ci trovassimo difronte ad un qualcosa di mistico ed oscuro allo stesso tempo – celebra il sodalizio fra le sonorità heavy e le tematiche gotiche trattate dalla band.

Il secondo pezzo si intitola “God is dead?”.
Ebbene si, per questa storica reunion Ozzy decide addirittura di scomodare il grande Nietzsche, dedicando la seconda traccia dell’album ad uno dei concetti più discussi in ambito filosofico: la morte di Dio.
Le strofe riassumono le angosce che costellano la vita di ognuno di noi.
Nonostante il titolo preannunci un testo impegnativo e denso di significato la curiosità indotta non è pienamente saziata, cosa che invece accade per quanto riguarda la musicalità e il ritmo di questa traccia che, senza ombra di dubbio, ricopre il ruolo di ‘ammiraglia dell’album’.
“Loner” e “Live Forever” rappresentano l’argine al di fuori del quale l’album non esce mai, sono le tracce pilota: groove sobri che si fanno strada in mezzo a riff di chitarra piuttosto semplici, suoni curati al millimetro e l’inconfondibile timbro di Ozzy a mo’ di firma.
Da tenere in considerazione anche la malinconica ballad “Zeitgeist”, una sorta di ‘fine primo tempo’ posta a metà album: utile a distendere i timpani per una manciata di minuti.
I microfoni cambiano, i valvolari pure, ma ciò che rende davvero intramontabile questa band (concetto concretizzato nell’ultima realizzazione) è il fatto che sia riuscita ad impedire che il progresso in ambito tecnologico la sovrastasse, domandolo e piegandolo alle proprie necessità, rimanendo fedele a se stessa e sfruttandone solo gli aspetti positivi.
Il charleston e il ride diventano così più precisi e puliti, la cassa acquista una magnifica pienezza e anche la SG di Tony diventa più limpida nella sua distorsione.

La partecipazione di Brad Wilk, nonostante nasca come una sostituzione dell’ultimo momento, si rivela una provvidenziale risorsa in quanto l’album gioca attorno a groove lenti e ciclici: strutture che necessitano di una solida base e quindi di un batterista capace di interpretare tutto ciò senza scadere nel banale, trasmettendo potenza e precisione sulle pelli – Brad era senza dubbio l’uomo adatto.
Nonostante ci fosse il timore di trovarsi difronte ad una voce rovinata dal tempo e dai vizi si rimane stupiti dal modo in cui Ozzy e la cara tecnologia siano riusciti ad evitare la catastrofe.


Insomma, tenendo presente quanto potesse andare storto per diversi motivi, è davvero difficile trovare note dolenti a questa sensazionale realizzazione ed è ancora più difficile che l’album in questione possa stancarvi nel giro di poco tempo.
Consiglio, inoltre, di dare un ascolto anche alle tre bonus track disponibili su iTunes e sulla versione ‘Best Buy’ dell’album che, purtroppo, non sono disponibili nella versione base di “13”.
In special modo vi consiglio di ascoltare “Pariah”, una traccia che non faccio fatica a definire una delle perle nere di quest’album: un riff a metà strada fra il rock e l’heavy vi terrà compagnia per oltre cinque minuti.

Il tempo passa, la musica si modernizza, la tecnologia prende il sopravvento, ma certe cose non cambiano mai.
Le gerarchie consolidatesi in quarant’anni di musica restano tali, chi si è ritagliato un pezzo di gloria rimane ostile al cambiamento che la musica ha subito negli ultimi anni.
Per svelare il nesso fra quest’ultimo concetto e la band recensita vi rimando ad una videointervista in cui Mark Hoppus chiede a Ozzy quanto apprezzi il pop di Justin Bieber.
La risposta?
Lapidaria e semplice, ma più che di una risposta si tratta di una domanda: “Who the fu*k is Justin Bieber?”.

Alla prossima.

Federico Musso – “@ROCKRACY” – f.wilhelm@libero.it

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