Recensione: Black Label Society – Catacombs of The Black Vatican


Zakk Wylde è uno dei personaggi più amati nel panorama heavy: grazie ad una spiccata bravura con la 6 corde e ad un timbro di voce impossibile da non riconoscere questo omaccione, di anno in anno, ha saputo accrescere con grandi meriti il successo dei suoi Black Label Society, tanto che l’uscita di un nuovo album è sempre presagita da spasmodica attesa.
Dopo l’ottimo successo di “Order of the Black” (2010) questo 2014 ci consegna “Catacombs of The Black Vatican”, disco di inediti che ha già spezzato in due la critica.
Per capirlo basta farsi un giro nei più grandi siti di musica: c’è chi lo ha adorato e chi lo ha reputato sufficiente solo per il nome della band.

E infatti, dopo un ascolto accurato, non si può andare contro questi ultimi, che hanno denotato l’unico e lampante “difetto” che risponde alla frase “è il solito disco dei Black Label Society”.
Anche noi di Therockblog.net lo diciamo apertamente: non aspettatevi nulla di nuovo in “Catacombs of The Black Vatican”, nessun esperimento, nessuna volontà di cambiare sonorità, bensì 11 pezzi di heavy metal Zakk Wyldeniano!

Il Nostro ci aveva avvisato che non avrebbe stravolto il suono e la conferma infatti arriva subito con l’opener “Fields of Unforgiveness”, semplicemente tre minuti tritaossa che vanno a braccetto con le successive “My Dying Time” e “Believe”.
Tutto quanto sa di già sentito, tutto quanto sembra uscito dai dischi precedenti: siamo sicuri che sia un difetto?
Perché a noi, sinceramente, non lo sembra.
Sia chiaro, non ci troviamo di fronte ad un disco storico (alla classica pietra miliare per intenderci) ma non veniteci a dire che siete rimasti impassibili di fronte al riff di “Heart of Darkness” o ai malinconici chorus di “Empty Promises” e “I’ve Gone Away”, quest’ultimo uno dei nostri episodi preferiti.

Come da tradizione la parte strumentale è solida e costruita attorno ad una batteria e ad un basso potenti, fedeli alleati di una chitarra pesante e in grado di regalarci degli assoli caratteristici, il tutto ampiamente dimostrato nei pezzi citati qui sopra e in “Damn The Flood”, ottava traccia per numero ma non per valore.
A questo c’è da aggiungere anche la solita propensione verso le ballad, altro punto di forza che nel trio “Angel of Mercy”/“Scars”/“Shades of Gray” sa valorizzare appieno tutte le doti del frontman di Bayonne, sia dal punto di vista canoro sia da quello della 6 corde (a riguarda sentitevi “Angel of Mercy”).

Quindi poco importa se “Beyond the Down” suona da brano riempitivo: per l’ennesima volta i Black Label Society si confermano grandi con un lavoro fedelissimo al loro stile.
Le sperimentazioni le rimandiamo al futuro…

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