Recensione: Bad Religion – True North


E’ il 22 Gennaio.
Epitaph Records mette in vetrina una delle sue migliori produzioni degli ultimi tempi: “True North”.
Sedicesimo album della formazione californiana, “True North” si presenta a noi come l’ennesima tappa in ascesa del percorso artistico di questi disagiati punk rocker.
Non vuole essere un’opera d’arte in se, fine a se stessa, bensì vuole rappresentare un violento e compatto ribadire e superare ciò che rappresenta la storia della band, una continua e ciclica sintesi che si evolve conservando parte delle “vecchie maniere”.
Il sound si riafferma, vedendo una lieve evoluzione per quanto concerne la parte ritmica – del resto è il minimo che può accadere quando cambi per la quarta volta batterista.
Oltre alla voce di Graffin, epica ed immortale, troviamo classici cori punk rock che aiutano le chitarre ritmiche a sostenere l’album, donando un compendio di compattezza e melodia all’intera realizzazione: ottime fondamenta, complimenti al capo cantiere.
Di tanto in tanto, in pezzi come “Past is Dead” e “Robin Hood Reverse”, riscopriamo l’intervento di una potente chitarra solista che interviene ai due terzi dell’esecuzione in modalità Offspring.
La batteria, come già detto, offre nuovi spunti interessanti e pattern elaborati inseguendo la voce galoppante del front man: charly aperto e potente per le esecuzioni più “hardcore”, charly chiuso e “tecnico” per le esecuzioni più ricercate.
Il suono del rullante, ad ogni modo, poteva essere più curato, ma si tratta di un errore di mastering, non di registrazione.
Singolare è la stringatezza delle sedici tracce, esse risultano infatti decisamente e volutamente brevi, tanto da essere concentrate solamente in poco più di mezz’ora.
“Vanity” rappresenta uno di quei pezzi ibridi, a metà tra il punk rock e il punk hardcore, tipico di band come NOFX, No use for a name e, appunto, Bad Religion.
Questo aspetto viene accentuato ulteriormente dalla breve esecuzione, la quale supera di un solo secondo il minuto.
Degna di nota è senza dubbio “Hello Cruel World”, una dimessa marcia atta a denunciare i disagi esistenziali nei quali spesso e volentieri si inciampa in questa vita, “don’t you know you’re killin’ me?”, si sviluppa in un’interessante e sentimentale esecuzione, più lenta rispetto alla media dell’album.
Ci troviamo di fronte ad un instancabile animo punk rock, il continuo rifarsi ad un semplice e schematico giro di power-chords, presente in quasi tutte le tracce, per evidenziare quanto l’album miri all’essenzialità.

Il singolo “True North”, è la sintesi di tutto quello che è stato precedentemente detto, il classico pezzo da far uscire dagli altoparlanti di una Mustang in corsa sulla statale, possibilmente decapottabile.

Senza dubbio la possibilità di affiancare più chitarre aiuta non poco la presenza di emozionanti riff armonici, uniti ad un altrettanto elaborato sistema di cori multivocali.
L’aspetto ritmico e armonico, ad ogni modo, sono secondariamente importanti per un gruppo come questo: sono i titoli e i testi a proporsi in primo piano battendo in distanza riff e arrangiamenti.
Non a caso, infatti, il nome stesso del gruppo risulta estremamente provocatorio e ricercato, ma questa non è assolutamente una novità; quello che invece è bene ribadire è la volontà esplicita della band di far precedere i contenuti rispetto alla forma e ai fronzoli discografici, permettendo loro di farcire la tracklist con titoli del calibro di “Past is Dead” ma soprattutto “Fuck You”.
Il livello e la distribuzione delle tracce risultano decisamente omogenee, creando un quadro ben preciso davanti agli occhi di chi ascolta per la prima volta “True North”.
La copertina è azzeccata: uno spartano fotomontaggio in bianco e nero chiude qualsiasi spiraglio di speranza agli indecisi, dedicando l’intera opera ad un fine più elevato della mera immagine commerciale.
Senza dubbio una concezione del punk che resiste alle stoccate dell’innovazione, un vessillo che rappresenta la vecchia scuola e resiste, imponendosi spavaldo davanti alle nuove generazioni, come un veterano che racconta ai figli le proprie vicissitudini.
Un album elitario, offerto solo a chi vanta l’obiettività di squarciare il velo di Maya delle superficialità di quest’epoca storica dove, per i Bad Religion, sono ancora l’incisività e la semplicità a spiegare l’uomo.
Il fatto di menzionare un ipotetico “True North” vuole paradossalmente disorientarci, inoculando il germe del dubbio, creando caos nella nostra fittizia normalità, rompendo gli equilibri per ristabilire un’approfondita e reale ricerca di quelli che devono essere i veri principi e pilastri su cui basare il nostro pensiero e la nostra intera esistenza; come se Greg ci stesse urlando: “hey, ragazzo, faresti meglio a conoscere te stesso e ciò che ti circonda“.
Il loro tour apporderà nel nostro paese il 18 e 19 Giugno, rispettivamente a Milano e a Bologna: un’occasione da non perdere per nessuna ragione.

Portare avanti un messaggio ben preciso unendolo e confondendolo con un genere musicale incisivo, schietto e cinico: questo significa Bad Religion ed è proprio questo che Greg Graffin ci urla al microfono, in mezzo a metafore metropolitane, per trentasei minuti di anticonformismo puro.

“True North”: un album da godersi in solitudine, dannatamente punk nella sua agilità ed arroganza.
Federico Musso
f.wilhelm@libero.it

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