Recensione: Avenged Sevenfold – Hail To The King


Sesto lavoro in carriera per gli Avenged Sevenfold che, forti dello strepitoso successo di “Nightmare” (2010), tornano in questo 2013 con un nuovo album.
“‘Hail to the King’ sarà un disco pesante dal sound old school, niente cazzate dubstep o elettroniche…” queste sono state le dichiarazioni di M. Shadows nelle interviste pre lancio, tutte poi confermate anche dal resto della band.
E in effetti ci troviamo di fronte a 10 brani di puro metal classico che difficilmente farà credere di ascoltare gli Avenged Sevenfold: le differenze con il passato ci sono eccome, tanto da creare una sorta di straniamento soprattutto ai primi ascolti.
I virtuosismi, le costruzioni articolate e l’arroganza Sevenfoldiana sono ora un ricordo e lasciano spazio a soluzioni più orecchiabili che puntano forte sull’easy listening.
Basti per esempio ascoltare “This Means War”, brano che fa del ritornello il suo punto di forza, o l’ormai famosissima title track, anch’essa riuscita grazie ad un refrain di semplice impatto e una struttura tutt’altro che complessa.

L’epicità presente poi nell’iniziale “Sherpard of Fire” (il nostro brano preferito) mista a tematiche più profonde come in “Requiem” ci hanno sorpreso in positivo, senza dimenticare la buona riuscita di un pezzo alla Guns N’Roses del calibro di “Doing Time”.
Fin qui tutto bene, e dopo?
Dopo arrivano i punti negativi.

Se infatti fino a “Requiem” il disco fila liscio come l’olio non si può dire lo stesso della sua seconda parte, sicuramente meno riuscita ed a tratti noiosa.
Le due ballad presenti non fanno certo gridare al miracolo (facendosi preferire nei passi di “Crimson Day”) così come “Heretic”, semplicemente il peggior episodio del lotto.
Si continua con la cavalcata Maideniana “Coming Home”, discreta nei suoi lauti 6 minuti, e con “Planets”, pezzo troppo dipendente dalla voce di Shadows che come altro difetto ha quello di farsi succedere dalla noiosa e conclusiva “Acid Rains”.
Molto si è detto e si sta dicendo su questo “Hail to the King”: c’è chi lo considera come il disco della maturità, chi semplicemente un buon disco e chi lo boccia senza riserve.
Noi stiamo con i secondi aggiungendo anche un pizzico di rammarico per la seconda parte, dove le idee scadono e rendono il lavoro poco più che accettabile.

Voto: 6

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