Recensione: Alter Bridge – Fortress


Gli Alter Bridge sono probabilmente la band che rende più spasmodica di tutte l’uscita di un nuovo album, vuoi un po’ per la qualità alla quale ci ha abituato, vuoi un po’ per l’importanza dei musicisti che la compongono.
E ripensandoci bene non si può andare contro questo senso di tormento: chi altro riesce a rinnovare il proprio sound senza perdere un minimo di smalto?
Da “One Day Remains” ad “AB III” (passando per il grande “Blackbird”) il quartetto USA ha piazzato tre colpi memorabili, riuscendo a scrollarsi di dosso l’alone Creed dei primi tempi per creare uno stile Alter Bridge unico e autentico.

Puntuali come un orologio svizzero, dopo i classici tre anni di attesa, esce in questo 2013 il nuovissimo “Fortress”, altro album destinato a diventare un must per la scena rock odierna.
Spinti da un Mark Tremonti in chiara versione heavy i Nostri hanno spiazzato tutti proponendo un disco davvero pesante, dove in oltre un’ora di musica si è spinto moltissimo sull’acceleratore.
Non fatevi quindi ingannare dall’intro acustica di “Cry Of Achilles”, la quale funge solo da ouverture per la scarica di riff che verrà, o dai cadenzati ritmi iniziali di “The Uninvited”, perché anche qui tutto sfocerà in un pezzo di assoluto valore dove è ancora Mark Tremonti il protagonista.

Spettacolari a riguardo sono gli effetti che la sua sei corde riesce a imprimere così come il riffing proposto, roccioso come mai in passato.
Tempo di respirare non ce n’è e il singolo “Addicted To Pain” ne da subito conferma picchiando a dovere con energia, ma è nel trio “Bleed It Dry”/“Peace Is Broken”/“Farther than Sun” che l’hard rock va a farsi benedire per toccare vette decisamente metal: incredibile è la robustezza del riff, fondamentale è la prova di basso e batteria, bravi a rendere ancora più forte questa nuova direzione musicale.
Il solito Myles Kennedy è come sempre perfetto al microfono, ma questa volta vogliamo addirittura spezzare un’ulteriore lancia a suo favore; se la prestazione vocale nei pezzi più tirati è eccellente quello che ci ha colpito di più è il timbro che riesce a imprimere nei brani più ricercati, come ad esempio “Lover” (una delle migliori canzoni) e “All Ends Well”.

Non si tratta più di due semplici ballad dove a regnare è un chrous smielato, qui assistiamo ad una coppia di rilievo esente dall’aureola ‘radio hits’.
Il passo per capire le numerose sperimentazioni diviene quindi breve: “Calm the Fire” strizza l’occhio ai Muse mentre “Water Rising” è un’altra perla, sicuramente più commerciale delle sue colleghe ma dannatamente riuscita e in grado di regalarci Mark Tremonti nelle vesti di cantante, il tutto prima della title track che cala il sipario tra gli applausi.

I titoli di coda reciteranno le parole ‘disco dell’anno’, i fan lo inquadreranno come ‘l’album più heavy di sempre’, noi di Therockblog ci limitiamo a considerarlo l’ennesima prova di una band che non conosce limiti.
C’è poco da fare, quando gli Alter Bridge scendono in campo non ce n’è per nessuno.

Voto: 9

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