Recensione: Alice in Chains – The Devil Put Dinosaurs Here


Nonostante età, cambi di rotta e sfortunate interruzioni gli Alice continuano a tirarsela, ma vi dirò di più: lo sanno fare ancora bene.
‘The Devil Put Dinosaurs Here’, uscito con Virgin/EMI, è la seconda realizzazione della band dalla loro rinascita nel 2005.
Perdere un componente è sempre un dramma ma ciò pesa ancora di più se a mancare è la figura che impugna il microfono, il carisma che aveva guidato la formazione sin dagli esordi: Layne Staley.
Dal 2006 William DuVall (Comes with the Fall) rimpiazza definitivamente il precedente cantante ed è sicuramente questo evento a modificare lo stile degli Alice apportando ovvie modifiche nel cantato e nella stesura dei testi, cambiamenti che si riverberano inevitabilmente sull’intera alchimia della band, andando a modificare gli equilibri saldatisi in oltre quindici anni di avventure.
L’album in questione diventa così la seconda tessera di un nuovo mosaico firmato Alice in Chains.
L’arrivo di William porta una ventata di aria fresca e nuove caratteristiche musicali che donano un accento di novità al gruppo: è sicuramente questa la sensazione che si ha ascoltando questa nuova realizzazione.
‘The Devil Put Dinosaurs Here’ è un progredire conservando, una sintesi di passato e futuro sia nei testi che nella musicalità.

Accade così che le classiche atmosfere Alice in Chains ci vengono riproposte in una chiave più metal e meno grunge, un metal che subisce la personalizzazione del timbro acuto di DuVall confuso sapientemente nella coltre dei cori effettati, valore aggiunto di questo ultimo album.
Le chitarre svolgono le loro solite mansioni, la solista acquista una maggiore incisività nelle strofe, mentre la batteria migliora inspiegabilmente il proprio sound mantenendo la chirurgica precisione delle scorse realizzazioni.
I singoli estratti da quest’ultima realizzazione sono tre tracce suggestive ma allo stesso tempo potenti e d’effetto : Hollow, Voices e Stone.
Hollow riflette l’animo psichedelico che la band ha dimostrato di saper domare senza scadere nella faziosità.

Le due chitarre si mescolano in maniera omogenea: la ritmica scandisce un groove lento ed ammaliante mentre la solista, con l’aiuto di più pedali, si fa strada nel pentagramma con la sinuosità di un serpente nel suo habitat: l’effetto è molto suggestivo.
Il ritornello trasmette una notevole potenza, grazie anche al tocco magico del mixer e alle massicce distorsioni impiegate nella registrazione.
La malinconica voce, avviluppata spesso dall’effetto dispersivo dei cori, sigilla questa traccia in una dimensione che sa molto di Alice in Chains.
Di tutto l’album è sicuramente ‘Voices’ la traccia che più valorizza la voce di William, un pezzo in cui il cantante può esprimere al massimo le proprie potenzialità.
Un incalzante blues acustico accompagna una linea vocale la cui cadenza, nelle strofe, non è delle più originali.
Nel ritornello, però, si rimette tutto in discussione: esso sprigiona positività e coinvolge l’ascoltatore con cori e chitarre che si sovrappongono in un sottofondo di pura radiosità – l’esatta antitesi di Hollow.
La batteria, insieme alla chitarra acustica, è la protagonista indiscussa di questa giostra riempiendo tutti i sei minuti di Voices con una cassa piena di groove e suono.
Stone si affianca al primo singolo, riportandoci con i piedi sul pianeta Alice.


Per questo singolo, come per Hollow, è stato realizzato un video estremamente suggestivo che vede la band suonare in una realtà struggente, un deserto arido e roccioso fa da sfondo a questa malinconica e potente traccia, materializzando le angosce espresse dal testo e dalla particolare tecnica di William. Distorsioni heavy e potenti quartine reggono questo teatro angosciante, sottolineando l’inutile peso dei beni materiali a cui la nostra società è sempre più legata.
Sono tracce come queste a catapultarci nella realtà contaminata dall’arrivo di DuVall, una realtà interessante ma ancora in elaborazione.
Questo album è la risposta a coloro i quali speravano in un avvicinamento della band all’intramontabile e carismatico frontman dei Pantera, Phil Anselmo, in seguito alla sua esecuzione live di ‘Would’ con gli Alice nel 2005: la scelta di DuVall era funzionale alla direzione che il gruppo aveva intenzione di prendere una volta riunitosi, sentiero che sarebbe stato impossibile realizzare con una voce estremament aggressiva e roca come quella del grande Anselmo.
L’unica cosa che ci resta da fare è sperare che l’aver scelto William sia stata davvero la mossa giusta da compiere.
Sicuramente, insieme a ‘Black Gives Way to Blue’ , quest’ultimo album è stato un ottimo inizio: vedremo come procederà.
Per oggi è tutto.
Un saluto.

“Everybody listen
Voices in my head
Everybody listen
Does your say
what mine says?”

Voices

 

Federico Musso – @ATAvox – atasonair@gmail.com

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