Burzum – Filosofem


È risaputo che il nome Burzum, pseudonimo dell’altrettanto famoso Varg (nato, ironia della sorte, Kristian) Vikernes, rimanda ad una vera e propria leggenda, una nera leggenda che oserei addirittura definire un culto (anche se in questo caso non proprio di tipo “religioso”, almeno non nel senso cristiano del termine). Che voi consideriate Burzum un idolo dal punto di vista umano (cosa che non spero) ha ben poca importanza ai fini della recensione, anche se indubbiamente gran parte della fama attribuitagli il Conte la deve proprio ai suoi comportamenti spregiudicati e quanto mai estremi (se oggigiorno l’omicidio possa essere considerato estremo); dico questo perché l’ascolto di Filosofem vi farà capire (perlomeno a chi ha un minimo di dimestichezza con il genere)che questa fama non è solo supportata da vicende mediatiche, al contrario: qui è racchiusa l’entità più profonda di uno stile musicale così semplice (e al contempo così estremamente complesso) come il black metal, visto e considerato che, per chi scrive, questo album è il picco più alto mai raggiunto dal genio del Conte e di tutto il movimento in generale.
Ma andiamo con ordine.

Anno 1996. La scena estrema norvegese ha dato alla luce la ormai quasi totalità dei capolavori che ne costituiscono l’odierna fama (pensate a lavori del calibro di Panzerfaust dei Dakthrone, Battles In The North degli Immortal e il De Mysteriis Dom Sathanas dei Mayhem, oltre che le precedenti release dello stesso Burzum). Il conte è al fresco da qualche anno, e niente sembra far presagire un suo imminente ritorno sulle scene. Ma non è così, come ben sappiamo: dal profondo buio del suo estremo nichilismo il black metal ha uno dei suoi fenomenali colpi di coda (per la verità oggi piuttosto rari) con la pubblicazione sia di “Nemesis Divina” (capolavoro dei Satyricon) che, appunto, di Filosofem (in verità già registrato nel 1993, ed emesso sul mercato solo tre anni dopo per evidenti problemi “logistici” di Vikernes). Non ho usato la parola “fenomenale” a caso: la bellezza di un genere come il black metal è che esso travalica la musica in quanto tale, e questo album ne è quanto mai l’esempio: parlare di semplice musica di fronte alla sublime e triste poesia imprigionata nella sottile trama tra gli ossessivi riff chitarristici, lo scream disperato del Conte (ottenuto per mezzo di un microfono rotto), il tappeto sonoro stile ambient creato dal sintetizzatore (poiché l’influenza ambient in questo cd è fondamentale, e ancor più lo sarà nelle release successive del Conte Varg) e i semplici e quanto mai efficaci ritmi di batteria (ottenuti con l’ausilio di una drum machine) mi sembra alquanto riduttivo. Questo perchè Burzum non è solo un mero musicista: è anche un vero e proprio poeta, e lo dimostra la profondità che questo album riesce a scatenare nell’animo dell’ascoltatore: un malinconico e triste sguardo verso l’oscurità che ci circonda, verso la natura da tempo dimenticata e verso il profondo senso dell’esistenza stessa.
Credo sia inutile cercare di descrivere l’album canzone per canzone, anche perché farlo potrebbe sminuire il valore stesso di quest’opera: benché le singole tracce di quest’album siano eccezionali prese singolarmente (in particolare l’opener Dunkelheit e la successiva Jesus’Dod), la vera anima di questo gioiello la si percepisce ascoltandolo per intero, senza mai riprendere fiato… perché si sa, la disperazione di fiato ne concede ben poco, quando ne concede. Ma credo che, di fronte a questo pezzo di storia, di perdere il fiato per il tanto ascoltare ne valga la pena.
Sentite (se ancora non lo avete fatto) e capirete.

Tracklist:

Burzum
Jesu Død
Beholding The Daughters Of The Firmament
Decrepitude I
Rundtgåing Av Den Transcendentale Egenbetens Støtte
Decrepitude II

Jesu Død

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