Intervista: Divided By Friday (Hopeless Records), sogni e sacrifici di una stella nascente


I Divided By Friday sono un gruppo punk rock del North Carolina, da un paio di anni sotto contratto con una delle più prestigiose etichette discografiche del genere: la Hopeless Records, navicella madre di alieni del calibro di All Time Low e Yellowcard.
E’ quindi un onore per noi avere oggi ai microfoni di Therockblog.net una band che con il sangue ed il sudore si sta ritagliando lo spazio meritato:
Buongiorno ragazzi. 
Vorrei che faceste una breve introduzione spiegandoci come vi siete conosciuti e come è nato il progetto “Divided By Friday”.
Certo!
Beh, tutto inizia fra i banchi delle medie: eravamo due semplicissimi ragazzi in cerca di un gruppo, avevamo l’assoluta necessità di tradurre in musica quello che ci passava per la testa.
Sin dall’inizio abbiamo provato a tirare su una band ma, per quanto ci sforzassimo, non eravamo bravi abbastanza.
Poi, con l’inizio del liceo, siamo riusciti a reclutare un paio di ragazzi e da lì è iniziato tutto.

Bene, parlatemi un po’ delle vostre influenze: a quali gruppi fate riferimento?
Ci sono dei nomi in particolare?
A dirla tutta non ci sono gruppi in particolare, ci piace ascoltare fondamentalmente musica scritta a dovere, musica ponderata. Sicuramente le nostre radici affondano nell’essenzialità del rock, grazie a cui abbiamo imparato cosa significhi pestare una batteria a dovere, ma molto è dovuto anche alle influenze pop e gospel di cui andiamo ghiotti.
Non si tratta di inserirci forzatamente in un genere o in una concezione musicale in particolare, non cerchiamo di fare gare di velocità con batteria e chitarra: ci interessa solo comporre in maniera organica i nostri pezzi, facendo in modo che scaturisca un sound genuino, frutto di un lavoro sincero e collettivo.

Bene ragazzi, parliamo della vostra ultima realizzazione: l’EP “The Constant”.
Allora, il nostro secondo EP uscito con la Hopeless Records, “The Constant”, è una raccolta di cinque pezzi scritti in precedenza e rivisitati in questi ultimi tempi. Erano tracce unite in un unico album che avevamo realizzato due mesi prima di firmare per la Hopeless. Per noi è un album particolare proprio per questo motivo: è stato scritto e registrato quando eravamo indipendenti, poco dopo c’è stata la firma, abbiamo fatto uscire “Closer” e poi ci siamo rimessi a lavorare su “The Constant” smussando qualche spigolo.

Cambiamo argomento: è comune fra la gente credere che far parte di una band significhi semplicemente divertirsi e sputtanare soldi in alcol e ragazze.
Voi, per arrivare a questo punto, avete dovuto lasciare il college e buttarvi in un’impresa che, fino ad un paio d’anni fa, era un semplice punto interrogativo perciò vorrei sapere: quanto è dura emergere in un ambiente così competitivo approdando in una delle più importanti etichette indipendenti degli States?

Specie alla vostra giovane età.
No non è assolutamente così! (risata)
All’inizio è stato davvero massacrante.
Si tratta principalmente di una questione di nervi, devi essere molto tenace.
Innanzitutto devi saperti vendere e ciò non è facile, devi dare una disponibilità totale per suonare in giro e devi saper comunicare molto attraverso qualsiasi tipo di social network: ogni singolo contatto è essenziale, soprattutto all’inizio.
C’è davvero un mondo crudele là fuori pronto a sbranarti alla prima distrazione, non è un film, e il livello di competizione è quasi insostenibile.
Le etichette scritturano band di continuo, nascono gruppi ogni giorno e tu devi essere in grado di fare meglio ciò che loro propongono proprio per non essere solo “l’ennesima band su internet”.
Molte persone credono che il semplice fatto di firmare con un’etichetta faccia di te una persona famosa e che i fan aumentino in maniera sensibile senza alcuno sforzo ma credimi, non è assolutamente così, tutt’altro: arrivato a quel punto devi iniziare ad alzare il ritmo e mantenerti competitivo, i risultati arrivano ma ben più tardi di quanto si pensi.

968786_10151682526432192_1813417472_nCapisco.
Cambiamo discorso.
Sulla vostra biografia si legge: “We just want to inspire people to chase what they really want in life”.
La mia domanda è: a chi vi ispirate voi?
Ma guarda ATA, sinceramente non credo si tratti di un discorso meramente musicale.
Credo che l’ispirazione provenga anche da altri ambiti: una persona che riesce a raggiungere un obiettivo con le proprie mani è sicuramente una figura a cui ispirarsi pur non trattandosi di un musicista.
La cosa che preferisco è scambiare chiacchiere con gente che trasuda passione da tutti i pori, anche questo è un modo per imparare a gustare a pieno la vita e scoprire nuove sfaccettature di ciò che si ritiene appreso a fondo. Spesso relazionarsi con altri è un ottimo modo per conoscere meglio se stessi, l’autoanalisi è fondamentale e ciò aiuta molto.
Non si tratta solo di un gruppo o un artista, quello dell’ispirazione è un discorso ben più ampio per quanto mi riguarda.
Possiamo essere ispirati dalla passione di un artista per la sua musica, anche il fatto di essere intervistati ci ispira a fare meglio, a credere ancora di più in noi stessi.
Fondamentalmente siamo ispirati da chi è in grado di prendersi dei rischi: abbiamo deciso di mollare con il college e risparmiarci la classica vita propinata dalla società, abbiamo saltato il fosso.
Per ora siamo sospesi per aria e non sappiamo come andrà a finire ma per noi “vivere” significa soprattutto questo.

Il l fatto di aver firmato con un’etichetta di questo livello alla quale fanno capo band del calibro di “All Time Low” e “Yellowcard” non vi spinge a mirare ad un sorpasso di questi mostri sacri della scena punk attuale?
Non scaturisce un fisiologico desiderio di competere con loro?
Non userei esattamente il termine “competizione”, si tratta davvero di una famiglia.
Per quanto si possa credere all’intero delle etichette non si cela alcun veleno, abbiamo conosciuto davvero molta gente: tutti ragazzi a posto, sinceri e pronti a darti una mano in qualsiasi occasione.
La cosa più positiva è proprio questa, aver trovato un ambiente totalmente disponibile a venirti in contro, non ci sono solo obblighi da rispettare insomma.

Essere sotto contratto con la Hopeless non vi mette sotto pressione?
Credete che questo aspetto possa essere controproducente?
Sotto questo punto di vista direi che siamo piuttosto tranquilli, l’etichetta ci dà la libertà di lavorare su ciò che ci piace, non ci fa alcun


tipo di pressione e non dà alcun tipo di direttive: possiamo ritenerci fortunati.

Concludiamo parlando dei progetti futuri.
Avete programmato un tour per la promozione dell’ultimo lavoro?
Dove ve ne andrete?
Purtroppo abbiamo avuto dei problemi con la registrazione, il tour è ancora da definire ma sicuramente toccheremo l’Inghilterra e l’Europa in generale verso l’inizio del 2014.
E’ parecchio che non partiamo per un tour ed ora vorremmo organizzarlo alla grande.
Vorremmo soprattutto venire a suonare in Italia!
Sarebbe spettacolare.

Un’ultima domanda davvero italiana: credete che il fatto di avere un gruppo abbastanza famoso aiuti davvero a rimorchiare di più? (in realtà con loro ho usato il termine “gettin laid”… decisamente più spinto)
(fragorosa risata) si dai, possiamo dire che ci si diverte abbastanza!
A volte magari può essere triste ma se tiri fuori il discorso durante una conversazione può aiutare eccome!

Come immaginavo!
Bene ragazzi, vi ringrazio di tutto e spero davvero di potervi vedere dal vivo da queste parti: ve lo meritate!
Un saluto – keep it up!
Grazie a te ATA, un saluto a tutta l’Italia. Speriamo di incontrarci presto!

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