Inchiesta: Linkin Park, modernizzazione o commercializzazione?


articolo a cura di Zerba
Alzi la mano chi ha conosciuto i Linkin Park grazie agli AMV di Dragonball?
Ricordo come se fosse ieri quei pomeriggi al campetto, i primi anni adolescenziali dove cominciavano a spuntare cellulari moderni che supportavano video e musica di tutti i formati: al tempo si ascoltava tanta spazzatura presa da Mtv ma, in mezzo a quella, era immancabile la voce di Chester Bennington nei combattimenti di Goku.
Da allora ne è passata di acqua sotto i ponti e molte cose sono cambiate;
Ma andiamo con ordine.
I Linkin Park nascono ufficialmente nel 1999 dopo una serie di cambiamenti iniziati nel lontano 1996: ci sono voluti ben tre anni di Xero, Hybrid Theory e Lincoln Park per arrivare al nome e, soprattutto, alla formazione ufficiale.
Un anno dopo è già tempo per il boom.

24 ottobre 2000, esce il debutto “Hybrid Theory” che – ad oggi- è stato in grado di vendere oltre 30 milioni di copie.
L’ottimo lavoro fatto nel mescolare il rap con il “metal” (passatemi il termine) si è andato a sommare con l’impatto mediatico di radio e Mtv, quest’ultima in grado di indirizzare la musica Linkinparkiana verso un target giovanile.
Hit come “In The End” o “One step closer” rappresentavano il suono giusto per la grande cerchia di adolescenti arrabbiati con la società che, con la musica, traevano sfogo.
Nemmeno i numerosi detrattori potevano fermare questa band, accusata dai true metal di non essere – appunto- metal: la strada per il successo era in discesa.

25 marzo 2003, esce il secondo album Meteora che – ad oggi- è stato in grado di vendere oltre 16 milioni di copie.
Un successo nettamente inferiore al precedente disco ma comunque di proporzioni gigantesche, che confermava Bennigton e soci tra le superpotenze musicali in ambito rock (e anche qui passatemi il termine).
Ma già qui qualcosa di sinistro si avvertiva: lo stile, sebbene ricalcasse l’esordio con le solite amalgamazioni di metal, elettronica, rap e hip pop, stava divenendo sempre più orecchiabile e destinato al pubblico di massa.

Non è un caso quindi che questa scelta, incrementata negli anni ad avvenire, fece scappare sempre più metallari.
Tuttavia grazie a pezzi del calibro di “Somewhere I Belong”, “Faint” e la famosissima “Numb” (divenuta poi una hit grazie alla rivisitazione con il rapper Jay-Z) il successo mondiale non accennava a diminuire: concerti sold out, apparizioni nei festival con artisti del calibro di Metallica e le riconferme agli Mtv Music Awards erano sinonimi di Linkin Park.
Dopo qualche anno di progetti paralleli esce il 2 aprile 2007 il nuovo e atteso album Minutes to Midnight, capace ad oggi di vendere oltre 8 milioni di copie.

I timori avvertiti dai più attenti in Meteora trovarono conferma: lo stile nu metal del passato viene pressoché abbandonato per lasciare spazio a delle sonorità più inclini ad un rock da classifica.
L’energia che caratterizzava il suono dei Linkin Park la si trova solo in qualche pezzo (“Bleed It Out” su tutti), mentre sono numerosissime le canzoni adatte e promosse da Mtv come “What I’ve Done” e “Shadow of the day”.
Il pubblico più fedele al metal ormai si contava sul palmo di una mano, mentre nuovi fan cominciavano a nutrire interesse per una band che prima era, a loro, pressoché sconosciuta.
Ma il peggio deve ancora venire…

Se da una parte “Minutes To Midnight” si dimostrava come un lavoro altamente commerciale la speranza per un ritorno alle origini era grande, visto il grande potenziale che la band ha dimostrato fin dai primi tempi.
14 settembre 2010, esce il nuovo album A Thousand Suns che – per me – segna l’inizio della fine dei Linkin Park.
Dimenticatevi il nu metal degli esordi e scordatevi pure il pop rock del precedente disco: qui a farla padrona è l’elettronica.
Quello che più mi rode su questa inversione di rotta è la mancanza di personalità che i Nostri hanno dimostrato: agli esordi sfornavano musica che aveva qualcosa da dire, influenzata ottimamente dai diversi stile dei membri, mentre ora si snatura a tal punto di voler competere con lo standard attuale per l’ovvio motivo di far soldi.

Sebbene le vendite non raggiungano i numeri del passato (e ci mancherebbe, Internet ha rivoluzionato tutto…) il successo, anche qui, è stato grande: se da una parte i pochi fan metallari abbandonarono una volta per tutte la band dall’altra si contrapponeva la folta cerchia di pubblico entusiasta, naturalmente di provenienza commerciale e che adorava pezzi easy listening come “The Catalyst”.

Perché dunque mai cambiare questo trend altamente proficuo?
26 giugno 2012, esce Living Things che proseguirà il percorso iniziato da A Thousand Suns.
Anche qui, per migliorandola, l’elettronica rimane dominante e i singoli da radio non mancano di certo: “Burn It Down”“Lost in the Echo”“Castle of Glass” fanno la gioia della nuova cerchia di fan.
Il dio denaro sembra aver ragione su tutto tanto che, il duo Bennington/Shinoda, di recente è finito anche in discoteca grazie alla collaborazione con il dj Steve Aoki intitolata “A Light That Never Comes”

Questo radicale cambiamento è già stato tema di numerosi dibattiti.
C’è chi parla di evoluzione, chi di sperimentazione, chi di modernizzazione… io personalmente non vedo nulla di questo.
Quello che percepisco è una band che ha modellato il suo modo di fare musica in base allo standard commerciale del momento: e non si tratta di odiare o no l’elettronica (che alle volte ascolto) bensì di smaterializzare il proprio stile per piacere alla massa.
In molti non sarete d’accordo con il mio pensiero e questo posso accettarlo, ma non venitemi a dire che “Living Things” vale come “Meteora”!